Osservano la villa sulla cima della collina, un tempo appartenuta a un politico piuttosto in auge, finito in manette e morto in carcere ai tempi di Tangentopoli. Lui, Carlo, giornalista di guerra, stanco di esplosioni e morte, ha già deciso: quel posto è perfetto. Il boschetto lì vicino, il vecchio noce, il capanno della legna, la strada sterrata che porta giù in paese, il colle, addossato alla montagna, su cui sorge l’abitazione. E soprattutto il verde, tutto quel verde: quella sarà la loro nuova casa. Lei, Sonia, moglie di Carlo, con una carriera accademica in ascesa nel Dipartimento di Studi Storici presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università La Sapienza, invece sta rimettendo tutto in discussione: la scelta della casa e, forse, il suo matrimonio. A dicembre nevicherà, e Carlo le conferma che ci sarà da spalare ogni mattina per poter mettere il naso fuori di casa. In compenso, prova a invogliarla: potrà fare escursioni nei boschi e scrivere in santa pace il romanzo storico su cui medita da tempo; in paese, aggiunge l’agente immobiliare che li accompagna nella visita, ci sono la fibra e il 5G. Lei è perplessa e, come sempre accade quando è colta dai dubbi, si allontana. Si dirige verso il bosco. Supera la grande quercia, immaginando i corpi di streghe ed eretici appesi ai rami; attraversa un varco nella siepe e poi la staccionata che segnano il confine di proprietà; si ferma a contemplare il prato, con gli spuntoni di rocce calcaree e i cespugli di ginestre che macchiano il verde. Inizia a spingersi verso la parete di roccia, imboccando un sentiero mal segnato. Lei, cittadina, avverte tutta l’estraneità rispetto a quell’ambiente, ma ne subisce il fascino. Nonostante abbia appena sentito un tuono in lontananza, continua a salire. A ogni tornante si dice che sarà l’ultimo, poi tornerà indietro, ma intanto prosegue. Giunge a una radura che le offre una vista inaspettata sulla valle. Dal bordo del sentiero, volgendo lo sguardo verso il basso, a una cinquantina di metri, vede la sua futura casa. Si immagina nello studio, seduta a una scrivania carica di libri impilati a caso, alle prese con il romanzo che ha in testa da anni: un testo ibrido, tra saggio e romanzo storico, dedicato a un eretico del XIV secolo. La metafora tra scrivere il romanzo e scalare la montagna acquista nuovi, nitidi particolari: la montagna avvolta nella nebbia, scoprire lungo il percorso cosa è cresciuto dentro di sé e svelarlo, scrivendo quella storia. Mentre è assorta in questi pensieri cammina fino a raggiungere il punto in cui la collina cede il passo alla montagna. A venti metri da lei c’è un’altra quercia. Il tuono la fa nuovamente sobbalzare, ma il suo sguardo ha in realtà colto un movimento, qualcosa che sembra aver modificato la forma del tronco. Sonia si avvicina e, quando la creatura esce allo scoperto, si mostra, lei rimane pietrificata sotto la pioggia che, improvvisa, ha iniziato a cadere…

«(…) Studiavo le religioni e avevo un quaderno dove appuntavo i miei dilettanteschi tentativi filosofici. Scrivevo cose così: “L’uomo ha concepito La morte come un passaggio a un’altra forma di vita, non fisica - perché è evidente la corruzione del corpo - ma spirituale e intellettuale. Non si tratta di scommettere sull’eternità, ma dell’impossibilità per la nostra ragione a immaginare qualcosa al di là di se stessa, a concepire la propria inesistenza. Il modo in cui ci siamo raffigurati la morte consegue e soddisfa il limite della nostra ragione. Ma questo limite è attuale, c’è già ora che si è vivi, viaggia con la vita, è sempre in noi, è il non-essere”. Ineccepibile, no? In ogni caso, per nulla utile a spegnere ansie e paure…». Fabio Massimo Franceschelli, romano, classe 1963, laureato in Storia e antropologia delle religioni, già finalista al Premio Calvino con il romanzo d’esordio Italia, redattore della rivista “Perlascena”, drammaturgo, saggista e critico, torna sugli scaffali con un’opera corale scandita in tre movimenti (autunno, inverno, primavera). Carlo Castello, il protagonista, è un esperto reporter di guerra con quasi quarant’anni di esperienza, stanco di una vita fatta di camere d’albergo, fughe dalla famiglia, miliziani, bombe, mutilazioni e vite spezzate davanti ai suoi occhi. La scelta di isolarsi nella grande villa sull’Appennino risponde apparentemente a un bisogno di pace e di ritiro. Suo figlio Sandro, ingegnere, due anni prima dei fatti narrati è stato protagonista di uno di quegli episodi che, quando accadono, occupano le cronache e muovono sentimenti di terrore ancestrale: l’ultimo giorno di lavoro prima delle ferie, oberato dalle scadenze, in una calda mattina di fine luglio ha avuto un blackout mentale. Convinto di aver lasciato Leonardo, il figlio, al nido, si è reso conto solo ore dopo - a seguito dell’allarmata telefonata della moglie - di averlo dimenticato nell’ovetto in auto, nel parcheggio dell’azienda, sotto il sole cocente. Stefano Castello, detto l’Alieno, figlio minore di Carlo, è un astro nascente della politica dagli spiccati e inequivocabili tratti narcisistici, gonfio di retorica e di angosce represse. Nei suoi discorsi cita D’Annunzio e attacca Lama e Berlinguer come “giuda delle genuine aspirazioni proletarie”, incarnando il tipo del politico che concepisce il potere come puro strumento di dominio - verbo che nella sua mente assume la declinazione più brutale del “fottere”: “scopati l’Italia intera”, dice a sé stesso. Una pulsione che nel corso del romanzo troverà una concretizzazione tanto surreale quanto perfettamente coerente con la sua struttura psicologica. Al lettore il gusto di sovrapporre ai suoi contorni quelli di uno o più volti noti della classe politica nostrana. Alle tre figure maschili fa da contrappunto quella di Sonia, forse la più sfaccettata tra quelle in scena: accademica in carriera, seconda moglie del reporter, empatica e consapevole, ma anche attraversata da tratti enigmatici; capace di mostrare una solida sicurezza personale accanto a fragilità che non diventano mai vere e proprie linee di frattura. L’autore mostra padronanza nell’alternare registri e stili narrativi: le lettere che, nella mente di Carlo, dovrebbero assumere la forma di un libro di “memorie e riflessioni” in formato epistolare, intitolato - non a caso - Introduzione alla mia morte, e che costituiscono il fulcro dell’opera; l’incursione, lucida ma non distaccata, nella mente di Sandro durante l’evento che ne ha segnato irreversibilmente l’esistenza e nel suo impossibile percorso di rielaborazione; le fantasie di dominio e potere di Stefano, la sua capacità di attrarre sguardi, attenzioni e voti, sullo sfondo di una totale assenza di empatia («Ma che pretendi? Lasci un bambino a cuocere in macchina e ti aspetti che la gente venga a consolarti?», dice al fratello che lo rimprovera di non essersi mai fatto vivo dopo la morte di Leonardo). Nella declinazione del romanzo familiare, Franceschelli trova una modalità originale per aprire una riflessione sulla morte e sulla mortalità, sui suoi aspetti grotteschi, sul senso della vita e, insieme, sulla sua insensatezza, resa ancora più evidente dall’imprevedibilità del caso: una riflessione che trova la sua massima espressione tanto nelle morti sfiorate o avvenute in guerra quanto nell’improvviso accavallarsi di pensieri, gesti ripetuti e cortocircuiti mentali che innescano l’amnesia dissociativa alla base della tragedia di Sandro; una meditazione sulle evoluzioni e sulle trasformazioni del pensiero e dell’agire quando la traiettoria della propria esistenza sembra orientata verso la sua conclusione.