Tutto appare sbiadito, il tempo sembra aver inghiottito i colori lasciando solo ombre grigie. L’aria è immobile, carica di silenzio. Un velo di polvere, densa ed opaca, ricopre ogni cosa, proprio come la cenere che si deposita lenta a terra dopo un incendio. La foto dei ragazzi sul tavolino è la stessa che, anni dopo, Padre e Madre hanno scelto per la lapide. Maggiore, in un gesto affettuoso, tiene un braccio intorno alle spalle di Minore. È il frammento di un giorno felice, scattato dopo un pranzo di Natale, che li ritrae con il volto arrossato, le camicie leggermente sbottonate e le guance ancora gonfie di risa. Dopo quella fotografia non ce ne furono altre, nessun altro momento condiviso tra loro. Quella rimane l’ultima prova silenziosa della loro complicità, meritevole di essere stampata e messa in una cornice d’argento. A Madre capita ancora di avviarsi verso l’ingresso convinta che siano loro. Basta poco, un suono, il rumore dei passi o una voce lontana, perché l’illusione prenda forma. Resta in ascolto immaginando di sentire il tonfo familiare del portoncino blindato che sbatte secco contro il fermaporta: una palla di vetro fumé. Lei avrebbe gridato qualcosa come faceva sempre, infastidita da quella loro abitudine di entrare in casa senza salutare. Andando in bagno, si affaccia distrattamente nelle loro camere e per un istante si sorprende nel trovarle vuote. Le sedie davanti ai computer sembrano ancora occupate, trattengono l’eco dei loro corpi vivaci, come se da un momento all’altro potessero rientrare lanciando gli zaini sul letto o chiedendo affamati cosa c’è per cena. Madre torna in cucina e, guardando la tavola apparecchiata, si rende conto di aver preparato per quattro. Lascia il pranzo intatto nei patti, si sposta in terrazza e ricomincia a spazzare. La cenere, caduta quasi un mese prima, è ancora lì. Padre non ha mai smesso di lavorare, se non per quei pochi giorni in cui ha dovuto occuparsi dell’organizzazione del funerale. Da allora, rientra sempre più tardi la sera, ha smesso di pranzare a casa e si presenta in ufficio anche nei fine settimana. Quando Madre gli parla lui si limita ad annuire, sfugge lo sguardo perché negli occhi di lei vede riflesso ciò che non riesce ancora ad affrontare: “Sono identici a te, aveva pensato, non riesco a guardarti negli occhi senza vedere i loro, di occhi”…

Michele Ruol, medico anestesista di professione, affianca alla pratica clinica un’intensa attività di scrittura per il teatro. I suoi racconti sono apparsi su diverse riviste letterarie e in raccolte corali. Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia segna il suo esordio nella narrativa. L’opera, accolta con entusiasmo dal pubblico, apprezzata dalla critica e già vincitrice di numerosi riconoscimenti, è entrata nella dozzina finalista del Premio Strega 2025 su segnalazione di Walter Veltroni che, per la prima volta, ha scelto di proporre un romanzo alla giuria del prestigioso premio: “Il romanzo è il racconto del vuoto lasciato nella vita di due genitori, Padre e Madre, dalla morte improvvisa dei loro due figli, Maggiore e Minore. Tutto, in un istante, cambia senso e direzione, perde peso, si fa vuoto, puro vuoto”. Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia è un testo che scuote nel profondo. I nomi dei personaggi, volutamente omessi, spogliano la narrazione del particolare per renderla universale, poiché il dolore parla una lingua comune, nota a chiunque abbia conosciuto l’assenza. La perdita inaccettabile, quella della continuità spezzata, appartiene a tutti ed è proprio nella scelta stilistica di non legare il lutto ad un’identità precisa che il testo colpisce con forza chi legge. Padre e Madre, al tempo stesso uniti e divisi, sono immersi in una sofferenza che non può essere condivisa completamente, poiché è solitaria, intima e radicalmente soggettiva. Ognuno la vive secondo un ritmo che non può essere compreso né affrettato. Un terribile incidente, mai spettacolarizzato dall’autore, è l’epicentro silenzioso di una scossa che ridisegna la mappa affettiva della casa e dei suoi abitanti. Michele Ruol, con una voce asciutta ed incredibilmente onesta, costruisce un catalogo frammentato di sensazioni, immagini e ricordi, come se stesse provando a rimettere insieme ciò che il dolore ha disperso. Sono proprio gli oggetti a parlare. La materia inanimata si fa viva, diviene un testimone silenzioso, un inventario emotivo carico di memorie. Ogni cosa, pur consumata dalla muffa e dal logorio implacabile del tempo, conserva l’eco di una vita vissuta. Ruol non si limita a rappresentare il lutto ma lo attraversa, non si concentra sulla morte ma sulla trasformazione poiché il dolore dell’assenza non uccide ma trasfigura. “Questo romanzo parte da una domanda a cui non avevo risposta: come si sopravvive al dolore? In questa storia il lutto quindi è dichiarato fin dall’inizio, perché quello che mi interessava raccontare è ciò che viene dopo. Per ricollegarmi al titolo, più che l’incendio volevo indagare quello che succede a partire dal momento in cui le fiamme si spengono. Il vuoto, il dolore, la mancanza di senso: sono il punto di partenza. I giorni però continuano a scorrere; la vita, biologicamente parlando, è inarrestabile. Mi premeva raccontare proprio questo paradosso partendo da qui, dal difficilissimo momento della ricostruzione, sollevando domande e cercando un senso insieme ai miei personaggi” ha dichiarato l’autore in un’intervista rilasciata al “Corriere della Calabria”. Michele Ruol non cede alla retorica e al sentimentalismo, la sua scrittura essenziale è profondamente toccante. “Proprio perché la materia di cui tratto è incandescente mi sembrava che avesse bisogno di essere raccontata, non con freddezza, ma con asciutta precisione, che poi è una qualità che a mia volta cerco come lettore” ha raccontato a “Premio Letterario Giovanni Comisso”. Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia, mettendo a nudo la vulnerabilità dell’essere umano, ci ricorda che viviamo in relazione con gli altri, con i luoghi, con gli oggetti, ci ricorda che ogni rottura nelle nostre relazioni è una frattura del nostro essere. È una lettura difficile ma necessaria, capace di parlare a chi resta, a chi cerca di vivere nonostante tutto, a chi tenta ogni giorno di riconoscere sé stesso in ciò che rimane.