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Invernale

Invernale

Seconda metà degli anni Settanta. Torino, mercato di Porta Palazzo. Il banco della carne è affollato, si lavora senza soluzione di continuità, si ripetono gesti e parole sempre uguali: “Suoni come di mitraglia, lame tra la carne e tonfi sul legno del ceppo. Bilancia, soldi, altri soldi in resto”. Ogni tanto i macellai interrompono quel rituale di muscoli e di lame affilate e passano uno straccio umido sulle superfici schizzate di sangue, frammenti d’osso e poltiglia di organi. Gino preleva dal frigorifero un corpo di agnello, lo appende a un gancio e inizia a colpirlo con violente coltellate per dividerlo in due longitudinalmente. Una, due, tre volte. L’agnello a ogni colpo si apre un po’ di più, si divarica. Mentre sta menando un quarto fendente, un collega lo urta involontariamente deviando la traiettoria del colpo. Il coltellaccio colpisce la mano di Gino che sta tenendo fermo l’agnello, staccandogli un pollice quasi completamente. L’uomo caccia un breve urlo di dolore, poi “una corsa al pronto soccorso, la mano e mezzo avambraccio in un sacchetto di plastica avvolti nella carta di paglia che tiene il pollice vicino al palmo, che passa sul polso e quasi arriva al gomito”. In ospedale riescono a riattaccare il dito di Gino: reggerà? Nelle ore immediatamente successive “(…) si gonfia, si infiamma, produce pus. La pelle si tende, si assottiglia, cambia colore. La tensione della superficie cresce, la pelle sembra uno specchio”. Poi, lentamente, il fuoco si spegne e il dito – sebbene deforme e ormai inservibile – per fortuna si salva. Gino presto torna al lavoro. Torna a vibrare coltellate potenti, precise. Senza paura. Ecco di nuovo tutte le energie di prima. No, non tutte. Quasi. C’è “un velo di stanchezza cui lui non dà peso, per mesi e mesi”…

Dario Voltolini, penna raffinata e figura storica della scena letteraria web italiana (è stato tra i fondatori di “Nazione Indiana” e “Il primo amore”) in occasione del quarantesimo anniversario della scomparsa di suo padre ha deciso di scrivere – in meno di due mesi (come in un rituale celebrativo la stesura del romanzo ha avuto inizio proprio il 2 giugno, compleanno di suo padre, ed è terminata il 24 luglio, data della sua morte) – un romanzo breve per raccontare un tratto di strada e di vita altrettanto breve se vogliamo, ma profondamente importante, percorso della sua famiglia e da lui stesso a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. La scelta – originale, coraggiosa e, diciamolo, commovente – di comprimere lo spazio e il tempo della scrittura, di darsi confini invalicabili ed ammettere soltanto un intervento minimo di editing successivo ha costretto Voltolini a scrivere di getto, a usare la sua esperienza da scrittore, la sua maestria artigianale, la pura tecnica come un jazzista durante una jam session accettando il rischio dell’improvvisazione. Ma no, non è solo mestiere l’elemento di cui son composte le parole che riempiono le pagine di Invernale: né poteva esserlo, data la materia che si è voluta affrontare, il sempre doloroso dipanarsi della memoria quando si ripensa alla morte dei nostri genitori. Dalla fascinosa descrizione dell’arcaico rito della macellazione (oggi di certo non politically correct e che potrebbe addirittura generare qualche insensata polemica in caso il romanzo si aggiudicasse il Premio Strega, al quale è stato candidato da Sandro Veronesi) si passa ben presto al racconto della battaglia – peraltro condotta con mitezza – del padre di Voltolini, Gino, contro un tumore infido e letale. La processione di dubbi, esami, diagnosi, consulti, terapie, speranze, sofferenze che quasi ogni famiglia conosce benissimo è qui riproposta senza però indulgere né sottolineare, con uno sguardo intimo e dignitoso. Fino al momento in cui tutto diventa “invernale”, alla morte. Qui Voltolini racconta anche un episodio che non può non colpire il lettore: cioè di aver avvertito con nettezza il momento del decesso del padre, avvenuto durante il trasporto in ambulanza verso la sua Torino dal “Gustave Roussy” di Villejuif, centro oncologico tutt’oggi all’avanguardia in Europa, dove l’uomo fu sottoposto a trattamenti sperimentali in quegli anni ancora più avari dei nostri di terapie efficaci. “Tra le persone che si vogliono bene esiste secondo me un legame pre-logico, non linguistico: non so come definirlo ma lo posso spiegare, lo posso raccontare e testimoniare”, ha affermato Voltolini in un’intervista descrivendo la sensazione di gelo profondo che lo ha attraversato esattamente nei minuti in cui il fato di suo padre si compieva, nei giorni del trionfo della nazionale italiana di calcio al mondiale di Spagna del 1982. Vivere un lutto durante una festa collettiva: un umano paradosso che forse meriterebbe un romanzo a sé.