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In inverno

In inverno

“Quando leggerai queste parole, piccola mia, se tutto andrà per il verso giusto e la gravidanza si svolgerà normalmente, cosa che spero e credo, ma per cui non esistono garanzie, saprai che la vita non è così, che la regola non sono le giornate colme di sole e risate, anche se ce ne sono. Siamo in balia gli uni degli altri”. Mancano ancora tre mesi alla nascita della sua quarta figlia, siamo a dicembre del 2013, e lo scrittore svedese Karl Ove Knausgård continua la sua opera di descrizione della vita in favore di una bambina che deve venire ancora al mondo. C’è un mondo intero da descrivere, aspetti e sfaccettature su cui soffermarsi e che saranno di aiuto alla piccola nell’affrontare la vita. Perché, riflette Karl Ove, “è strano che tu esista, ma che al contempo non sai nulla di che aspetto ha il mondo. È strano che ci sia una prima volta in cui si vede il cielo, una prima volta in cui si vede il sole, una prima volta in cui si avverte l’aria sulla pelle”. C’è l’acqua da raccontare, i gufi, le scimmie acquatiche e la prima neve; c’è la Luna che ci osserva e che guardiamo, preludio, con la sua immobilità senz’aria né suono, a come deve essere la morte. Ma ci sono anche le monete, le sedie, i tubi che non sono altro che un’estensione del nostro corpo, i regali di Natale. La vita è qualcosa di caleidoscopico, tremendamente variegato e che bisogna descrivere bene, nei minimi dettagli. Come sono fatti naso e orecchie, i peluche, cosa sono i fuochi d’artificio e chi è Björn, col suo viso quasi rettangolare, la bocca che pare leggermente storta e quel suo buffo modo di camminare con una tale leggerezza, quasi non pesasse nulla. Siamo corpi, ma siamo anche anime che si muovono lente come dinosauri mentre fuori tutto scorre. E se le parole scivolano leggere nel vento, quando arrivano all’anima vi possono rimanere per un tempo lunghissimo, diventando pesanti come macigni...

Trascorsi l’estate e l’autunno, durante i quali la figlia era un feto nella pancia della madre, ora che l’inverno è arrivato con il suo carico di freddo e neve, sappiamo che Karl Ove accoglierà tra le sue braccia una bambina, alla quale sta preparando il terreno. Il 2014 sarà l’anno in cui verrà al mondo e lo vedrà nella sua estensione, dimensione e profondità. Abbandonati i colori dell’estate, il calore del sole e il tempo felice trascorso sulle spiagge, anche i pensieri di Karl Ove sembrano mutare con il tempo che si fa più cupo e freddo. La sensazione è che, avvicinandosi il giorno del parto, il padre stia diventando più ansioso e senta l’esigenza di raccontare con più profondità quegli aspetti della vita che non sempre portano delle gioie. Seppure la vita di un bambino è giusto che sia votata al gioco e all’apprendimento sereno, è bene che lei sappia anche che dentro ognuno di noi c’è uno spazio dove gli eventi, le situazioni, che da fuori sembrano sfiorarci appena, possono restare e sedimentarsi e farsi causa di astio, amarezza e dolore. Non sempre accade, ma vero è che la vita non è sempre tutta rose e fiori. Tutti le vivono, cercando di non farle vedere. Come la neve che copre tutto con la sua coltre bianca, così gli uomini nascondono certe cose difficili da ammettere, magari mascherandole dietro a un sorriso. È forse questo il messaggio più importante che il secondo volume del progetto di Knausgård dedicato alla figlia Anna ci propone. Tra le tante cose da vedere e da fare, bisogna ricordare che nulla è semplice o scontato e che dentro ogni uomo, dentro ogni cosa da lui creata o dalla natura, c’è un senso, un significato e un messaggio da non sottovalutare. E sarà dunque importante per lei saperlo, la prima volta che incontrerà qualcosa. Perché le prime volte sono meravigliose, anche quando raccontano dolore. Sono privilegi che i bambini hanno, opportunità che gli adulti sperimentano invece sempre meno. Per questo Karl Ove è felice, felicissimo e attende con ansia la prima volta che vedrà sua figlia.