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Io canto e la montagna balla

Io canto e la montagna balla

“Arrivammo con le pance piene. Doloranti. Il ventre nero, carico d’acqua scura e fredda, e di lampi e tuoni”. Non appena gli animali selvatici riconoscono l’odore di terra bagnata che si avvicina, a preannunciare la spaventosa furia delle nubi in tempesta, fuggono nelle loro tane in silenziosa attesa. “A quel punto versammo acqua a gocce immense”. Se la ridono le nuvole, imprevedibili e consapevoli di aver colto di sorpresa un uomo sfortunato. Si chiamava Domènec, un poeta contadino colpito da un fulmine durante un violento temporale. “Ci ritirammo. Estenuate. E guardammo l’opera compiuta”… Eulàlia racconta le storie migliori, Joana con i capelli lunghi e sciolti è la più vecchia, prepara le medicine in un pentolino, non parla ma “ha gli occhi pieni delle cose che sa”. Margarida è inconsolabile e piange per l’ingiustizia subita mentre Dolceta, con i capelli legati in una treccia, ride senza freno, le risate le scorrono nel sangue. “Non è rimasto nessuno, su queste montagne, di coloro che ci hanno additato, rinchiuso, che hanno cercato sui nostri corpi i segni delle streghe, che hanno fatto i nodi e hanno teso le corde”. Sono trascorsi otto anni; eppure, la sua mancanza è una ferita aperta che non guarisce. Da quando Domènec è morto, Sió di Camprodon è rimasta sola ad occuparsi della casa, del vecchio Ton e di due figli, “bambini che dovrebbero essere un balsamo” ma che non riescono a lenire un dolore così profondo … “Il cappello di una è il cappello di tutte. Le spore di una sono le spore di tutte. La storia di una è la storia di tutte”. Le trombette dei morti vengono strappate prima dal cinghiale e poi dall’uomo, raccolte e cucinate dalle donne. Tutto è condiviso, il ciclo di vita è un continuo divenire trascendentale. “Non c’è sofferenza se non c’è morte. Non c’è dolore se il dolore è condiviso. Non c’è dolore se il dolore è memoria, sapere, vita”…

Secondo romanzo per Irene Solà Sáez, una giovane artista ed autrice spagnola, tra i migliori scrittori emergenti in Europa. Io canto e la montagna balla è un testo davvero singolare, un brillante connubio tra prosa e poesia che ha saputo conquistare pubblico e critica ottenendo numerosi riconoscimenti. Inserito fra i migliori titoli del 2019 dalla stampa culturale catalana e spagnola, nel 2020 si è aggiudicato il Premio dell’Unione europea per la letteratura. Un romanzo corale che affronta temi universali, una pluralità di voci narranti insolite, ognuna portatrice di inediti punti di vista. L’autrice offre una voce propria a chi non ha parole per esprimersi. Così l’uomo, perdendo la sua centralità nell’Universo, diviene parte del divenire trascendentale, della totalità che lo include. Domènec e sua moglie Sió, Mia ed Hilari i loro figli, Jaume l’amico per metà gigante, sono solo alcuni dei personaggi che si raccontano al lettore. A parlare è anche la natura madre, sono le nuvole in tempesta cariche di lampi e tuoni, gli orsi rabbiosi, i corpi seviziati di donne che furono marchiate come streghe, un capriolo in fuga per la sopravvivenza, piante e funghi in attesa del raccolto. Si raccontano i vivi e i morti “rimasti incagliati” attraverso i ricordi più dolorosi e lamenti inconsolabili. Si racconta la montagna stessa nello scontro originario tra le placche tettoniche. L’autrice in un’intervista pubblicata sulla rivista di cultura, arte e tendenze “The Citizen” racconta del suo grande lavoro d’indagine e documentazione, “la voglia di guardare il mondo da tanti punti di vista, da tante voci, da quante più prospettive possibili, è uno dei pilastri di questo romanzo”. Un testo articolato, sperimentale, che travalica i confini di genere. Il romanzo familiare si fonde alla narrazione del racconto, della storia antica, del mistero e della poesia. Una moltitudine di storie ambientate nei Pirenei catalani, dove le leggende popolari e le tradizioni culturali incontrano la bellezza selvaggia della montagna che attrae e al tempo stesso respinge. Un confine naturale tra Spagna e Francia carico di significati e ricco di storia dove ancora riecheggia l’eco della Guerra civile spagnola. “Sono sublimi queste montagne. Primogenite. Di un altro mondo. Mitologiche”. Una natura primitiva ed archetipica, benevola poiché capace di offrire riparo ma talvolta anche brutale e feroce. “La vita e la morte; la vita, la morte, l’istinto e la violenza quassù sono presenti a ogni passo. Fuori da questo ambiente abbiamo dimenticato la trascendenza della vita”. La scrittura è profonda e ricercata, raffinata ma piacevolmente godibile. La narrazione appare quasi fiabesca ed onnisciente. I personaggi riescono a percepire oltre la dimensione temporale, oltre ciò che i sensi registrano nel qui ed ora. Un romanzo che oserei definire olistico, citando la massima dei gestaltisti, il tutto è più della somma delle singole parti. Una raccolta di racconti veramente originale, che non si esaurisce nella singolarità delle storie narrate, talvolta drammatiche ed angosciose. È infatti la totalità del percepito a svelarsi al lettore. L’insieme di queste voci primordiali che tutto sanno e tutto conoscono, crea dunque una melodia nuova che risuona inedita solo nella sua pienezza. La copertina cartonata che ritrae immagini naturali ed impreziosisce l’esperienza tattile, rappresenta un valore aggiunto.