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Io che ti ho voluto così bene

Io che ti ho voluto così bene

Ha dieci anni, Luca, la prima volta che vede Betta Ansaldo. E ne rimane folgorato. Sotto il sole del pomeriggio, il figlio del maresciallo Nardulli ferma la bici per osservare la giovane mentre attraversa la piazza: indossa un vestito corto con le frange, ha braccialetti alle caviglie e ai polsi, gl’infradito e le trecce. Betta chiacchiera con l’amica Marina Luzi, che alle elementari era in classe con Luca e che, appena lo vede, lì in piazza, gli fa ciao con la mano. Anche Betta si volta verso di lui e Luca, imbarazzatissimo, non risponde al saluto ma, veloce, stacca il piede da terra e pedala via, mentre il cuore fa mille capriole. Quando più tardi, a casa, chiede al fratello Mizio – quasi sedici anni – cosa ne pensi della giovane Ansaldo, la risposta che riceve è ben poco lusinghiera: il giovane Nardulli la considera una poco di buono e la liquida così, con una scrollata di spalle. Ma Luca è convinto che Betta sia la più bella tra le belle, ed è un vero peccato che arrivi in paese, a Torre Domizia, solo in estate – nel mese di agosto, per la precisione – a trascorrere le vacanze con la famiglia. Ogni tanto la si vede anche per le feste comandate, magari a messa con la famiglia, e ogni volta per Luca è un vero batticuore. All’inizio dell’estate dei suoi dodici anni, Luca acquista un regalo per Betta: un bracciale portafortuna di fili colorati e intrecciati. La ragazzina, però, si è fidanzata con Rocco e Luca si vergogna a offrirle quel dono. Allora lo infila in una busta – realizzata piegando e incollando un foglio di quaderno – su cui scrive a penna “X Betta”, prima di posizionarla nella cornice metallica del vetro del juke-box del bar Le Dune, dove è certo che la giovane possa trovarlo. E infatti qualche giorno dopo eccolo lì, il braccialetto, al polso sinistro di Betta, in mezzo agli altri di perline. L’estate dell’anno dopo, accanto alla staccionata delle Dune, viene ritrovato il corpo senza vita di Betta Ansaldo, senza il braccialetto al polso. Luca lo ritroverà, nell’estate dei suoi quindici anni, nascosto nel vano porta pile della radiolina di Mizio. La madre, sconvolta e di poche parole, prima di lasciarlo solo sul treno, gli ha detto che lo zio Umberto lo attende in stazione a Milano e che gli spiegherà tutto quello che è accaduto. Luca non ci capisce più nulla. Sa solo che Mizio è stato arrestato…

Dopo il successo di Tutta la vita che resta – romanzo d’esordio che ruota intorno alla morte violenta della giovane Betta Ansaldo – l’autrice romana Roberta Recchia dichiara di essersi dedicata, per un certo tempo, ad altre storie e ad altri mondi. Tuttavia, scrive «… sin dalla sua breve apparizione nel primo libro, Luca era rimasto con me, insistente, lo sguardo smarrito in tante emozioni a cui da solo non poteva dar voce. Alla fine la sua storia l’abbiamo raccontata insieme: l’ho preso per mano e ascoltato come avrei fatto come un figlio. Perciò gli sono grata per non aver mollato». Il rischio che l’autrice si è assunta era enorme: bissare le stesse emozioni profonde offerte con il suo primo romanzo non era né semplice e neppure scontato. Recchia ci è riuscita, offrendo al lettore un testo capace di spezzare il silenzio con delicatezza e di parlare di speranza senza indulgere nel pietismo o, peggio, nello sfoggio del sensazionale. Con una voce ancora più asciutta rispetto al precedente romanzo, ma ugualmente efficace, l’autrice racconta il percorso di Luca Nardulli, giovane Ulisse costretto suo malgrado a intraprendere un viaggio dell’eroe che lo riconsegnerà alla vita, e all’età adulta, completamente trasformato; si tratta di un viaggio nella speranza, che si alimenta di sforzi e fatiche quotidiane, nel tentativo di trovare risposte alle perdite, di dare nuove forme alla speranza, di attribuire un significato più profondo al perdono. Luca e tutti gli altri personaggi della storia – principali e secondari – sono mostrati con discrezione e delicatezza; i drammi che abitano la storia non vengono mai gridati ma sussurrati. E si tratta, ogni volta, di sussurri che squarciano il silenzio e conducono, i protagonisti in primis e i lettori di conseguenza, a una nuova consapevolezza, quella che si costruisce partendo da un’umanità imperfetta, che impara a convivere con il peso della propria zavorra e a rinascere dopo la tempesta.