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Io e altri animali

Copertina del libro

Nasco a Jamshedpur, in India, il 7 gennaio 1925. Vengo al mondo con estrema facilità e i domestici di casa dicono subito che sono “nato con la camicia”. I miei primi ricordi coscienti risalgono ai due anni, quando i sensi mi si aprono pienamente al mondo: la musica del grammofono che la mia ayah mi fa ascoltare ogni mattina per svegliarmi di buon umore, la seta della tunica di tussor sulla pelle, il sapore del riso al latte di bufala zuccherato. Osservando le persone intorno a me – i loro sari colorati, i turbanti bianchi con fasce verdi – sviluppo un amore precoce per il colore, in particolare per il magenta. Durante una passeggiata con la mia ayah mi soffermo incantato su due lumache ai bordi della strada, e resto sconcertato quando lei le definisce “sporche”: è la prima volta che noto come gli adulti giudichino ripugnanti creature che a me appaiono meravigliose. Poco distante da casa c’è un piccolo zoo, e da quando lo scopro non voglio più andare altrove: nonostante le gabbie anguste e maleodoranti, è lì che nasce la mia passione per gli animali. Quando ho tre anni mio padre, ingegnere civile molto stimato in India, muore improvvisamente di emorragia cerebrale. Mia madre, distrutta dal dolore, cede alle pressioni di parenti e amici e torna in Inghilterra con noi figli. Dopo un primo periodo nei sobborghi di Londra, ci trasferiamo a Bournemouth, prima a Berridge House, un’enorme magione con frutteto, pineta e giardino incolto che per me diventa un paradiso da esplorare, mentre mia madre, sola e sopraffatta dal lutto, comincia a bere sempre di più. Arriva così Miss Burroughs, un’istitutrice severa e priva di affetto, che mi tiene chiuso a chiave nelle stanze, allontana il mio cane Simon perché “pieno di germi” e mi propina una cucina pessima al posto dei curry di mia madre. Con Simon, nella sala da ballo della casa, invento giochi di caccia e battaglie immaginarie che rendono sopportabili quei mesi. Ci trasferiamo poi in una casa più piccola e accogliente, Dixie Lodge, dove arriva Lottie, una domestica svizzera che rende l’atmosfera più serena. Ma mia madre decide di iscrivermi alla Wychwood School, una scuola vera dopo l’asilo giocoso di prima. Sono negato sia per lo studio sia per lo sport, e vengo considerato un allievo ottuso da tutti tranne che da Miss Allard, l’insegnante di storia naturale, che intuisce il mio vero interesse e mi prende a cuore. Un giorno, dopo essere stato tormentato da un compagno particolarmente odioso, mi vendico e vengo convocato dal preside, che mi sculaccia. Torno a casa sconvolto e mia madre, indignata, scrive alla scuola ritirandomi immediatamente, nonostante mio fratello Larry minimizzi l’accaduto. L’unico rammarico è lasciare le lezioni di Miss Allard, che invitiamo a prendere il tè a casa: le mostro con orgoglio i miei topolini bianchi, il canarino e la collezione di sassi. Per consolarmi dall’episodio della scuola, mia madre mi porta in un negozio di animali e mi lascia scegliere un cucciolo: opto per il più piccolo della cucciolata, che chiamo Roger, e che diventerà un compagno d’avventure fedele e intelligente, capace di imparare trucchi come fingersi morto o giocare a “pagato e a credito”. Con Roger il giardino diventa un territorio ancora più ricco da esplorare. Ma quando il marito di Lottie si ammala gravemente e lei deve lasciarci, torniamo alla solitudine: mia madre, sola con me nelle lunghe serate mentre Larry lavora a Londra, scivola sempre più nella dipendenza dall’alcol, finché mio fratello, resosi conto della situazione, decide che è tempo di intervenire…

Io e altri animali (il titolo ovviamente richiama quello del celebre La mia famiglia e altri animali, adattato dalla BBC in una miniserie in dieci puntate nel 1987, poi in un film televisivo del 2005 firmato da Sheree Folkson su sceneggiatura di Simon Nye, e infine base di partenza per la serie The Durrells, quattro stagioni tra 2016 e 2019), pubblicato nel 2025 per celebrare il centenario della nascita di Gerald Durrell (1925-1995), non è un’opera concepita e strutturata dall’autore, bensì un mosaico postumo assemblato dalla moglie Lee Durrell a partire da autobiografie inedite, testi mai raccolti e brani già editi tratti dagli archivi dello scrittore. Il volume attinge a un memoir che Durrell aveva iniziato a scrivere prima che la malattia gli impedisse di proseguirlo, e a un libro incompiuto nato da un viaggio in Australia del 1969, tra Grande Barriera Corallina, Territorio del Nord e Queensland. Ne risulta un percorso che segue la traiettoria biografica di Durrell dall’infanzia in India all’Inghilterra, fino alla Corfù che ne avrebbe segnato per sempre la scrittura, in un impasto di tributi familiari, incontri con pipistrelli dorati e piccioni rosa, e la consueta vena ironica. Scrive Lee Durrell nella sua Prefazione: “I libri di Gerry hanno goduto di un’enorme popolarità e hanno esercitato una straordinaria influenza sui lettori; il loro impatto sulla consapevolezza ambientale, gli stili di vita, l’educazione e la letteratura naturalistica tra il XX e il XXI secolo è stato molto significativo. Il suo classico La mia famiglia e altri animali suscita ancora oggi commenti quali: «Mi ha insegnato a leggere», «mi ha fatto amare la lettura» o «ha risvegliato in me l’amore per la natura». Per molti giovani è stato il libro che li ha portati a lavorare nel campo della scienza e della conservazione degli ecosistemi. Come scrittore, Gerry sarà ricordato per la prosa lirica, il senso dell’umorismo e l’empatia straordinaria con il mondo naturale – in particolare con gli animali. Quest’ultimo aspetto è fondamentale anche per come verrà ricordato come conservazionista: difese tutti gli animali, non solo quelli più affascinanti, grandi, feroci o graziosi, ma anche quelli sconosciuti, piccoli, anonimi – quelli che battezzò «affarini marroni» o talvolta «i piccoli di Dio». Sapeva che tutte le specie sono componenti degli ecosistemi che fanno funzionare il nostro pianeta. Credeva che noi, animali umani, non avessimo nessun diritto di portare verso l’estinzione nessun’altra specie. Ma Gerry non si è limitato a parlare e a scrivere di conservazione: l’ha praticata in prima persona, vivendola profondamente. La sua missione era semplice: salvare le specie dall’estinzione. Una missione che continua ancor oggi attraverso il lavoro dell’organizzazione benefica che ha fondato più di sessant’anni fa, oggi nota come Durrell Wildlife Conservation Trust. I risultati raggiunti finora sono straordinari: abbiamo aiutato più di cento specie a risollevarsi dall’orlo dell’estinzione”. Colpisce la duplice natura del testo: da un lato la vena affabulatoria che rese celebre l’autore - che lo rende una lettura godibilissima, dall’altro la dimensione più cupa di un naturalista che, negli ultimi anni, guardava con crescente angoscia alla distruzione degli ecosistemi.