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Io ero

Io ero

Bologna, 1978. Nick ha diciassette anni e i capelli divisi da una riga in mezzo. Come diversi giovani, non ha ancora ben chiara la direzione che prenderà la sua esistenza. Finché al bar del Lurido non entra Giò, un caro amico, quello con cui si è fatto la prima canna della sua vita. Oltre all’amicizia, i due condividono un buon senso dell’intuito, che permette loro di prevedere che le droghe hanno un certo potenziale economico. Il loro piano è molto semplice: comprano il fumo dal Lurido (tre etti di marijuana) e poi lo rivendono nella scuola di Giò, un liceo artistico molto informale. Così Nick entra nel mondo dello spaccio, così Nick passa tre anni della sua vita. Il ’78 non è però per Nick solamente sinonimo di Bologna, ma anche di Portoverde, una piccola darsena tra Misano Adriatico e Cattolica. Lì incontra Frigidaire, un ragazzo di Bassano del Grappa molto benestante e con un debole per l’hashish. Ben presto, lungo la Riviera si sparge la voce dei commerci di Nick, il quale viene assalito da compratori, tutti ricchi, che gli permettono di vivere a loro spese in cambio del fumo. Così, entro la fine dell’estate, Nick capisce una cosa: la droga è un ascensore sociale, uno di quelli che permette di svoltare e di vivere al di sopra delle più rosee possibilità. Nick decide allora di immergersi in questa scalata con tutto se stesso….

Nel 1973, la casa editrice Einaudi pubblica una ricerca intitolata Il sistema mondiale della droga, scritta da Catherine Lamour e Michel R. Lamberti – sono pseudonimi. Gli autori definiscono tossicodipendente “chi dedica gran parte del proprio tempo e delle proprie energie a trovare la droga, a pensare ai mezzi per procurarsela, a usarla e a parlarne, o chi tende a reagire ai problemi che gli si pongono prendendo la droga”. Un anno più tardi, nel 1974, l’eroina comincia a comparire in maniera massiccia anche nel mercato italiano (sebbene la sua presenza sia sporadicamente documentata a partire dal secondo dopoguerra), lasciandosi dietro una serie di morti e tossicomani, la cosiddetta “generazione scomparsa”. Nick Fibonacci è uno di loro. Nel 2013, quarant’anni dopo la pubblicazione einaudiana, Nick contatta una sua vecchia conoscenza, la giornalista Lorenza Giuliani, e le chiede di raccontare la sua storia. Inizialmente restia, Lorenza deve ricredersi, perché Nick “inizia a raccontarmi una storia vera, potente, senza freni inibitori, che risponde a un’esigenza di verità che avverto da tanti anni”. Come Lamour e Lamberti, anche quello di Nick Fibonacci è uno pseudonimo. “Deriva da Nicola, nome arbitrario, e dal matematico Fibonacci, perché la storia è una sequenza potente di eventi casuali che prendono il via da un paio di dati oggettivi e procedono verso l’infinito”. Io ero è il racconto di uno spacciatore internazionale, di un tossicodipendente che per un decennio ha vissuto la sua vita al massimo, servendosi ed essendo servo di ogni sostanza. In senso lato, Io ero rappresenta inoltre la “generazione scomparsa” di cui sopra, tentando di umanizzare coloro che per la società sono dei tossici, ma che, prima di tutto, appartengono alla categoria degli esseri umani.