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Io ho paura

Io ho paura

Sono anni che passa in estate in quel luogo un mese. Un intero mese. Tutti gli anni. Tutte le estati. In pace. Pure troppa. Qui. A Qui. È così che lo chiama. È il suo approdo. La sua dorata prigione. Isolato all’interno di una grande tenuta. Varcato un cancello, bisogna percorrere numerosi chilometri, attraversando la campagna e costeggiando pini, fichi, viti, ulivi e finanche carrubi, dal frutto dolce che sa di cioccolato e che una volta si dava da mangiare solo ai cavalli, per approdare a Qui. Quando ci è venuto la prima volta era ancora un figlio. È suo padre, in origine, a scoprire difatti quello che con mia madre si trasforma nel loro buen retiro. Poi è diventato padre, e da padre ha perso il conto di quante volte gli è battuto il cuore all’impazzata perché prima l’una e poi l’altro dei miei figli erano stati apparentemente inghiottiti dal buio dal mare o dalla pineta. Immagini di apocalisse in quei secondi lunghi anni gli lampeggiano negli occhi. Dove sono? Dove sono? Eccoli, stanno giocando con nuovi amici. Eccoli: cuore quietati, respiro abbandona l’affanno, passo recupera la tua stabilità, si dice. La paura a Qui è ovunque. E bisogna imparare a tenerla a bada…

Romanzo ma anche saggio, Io ho paura – titolo icastico, sintetico e d’impatto – va in effetti al di là della classica partizione di genere proprio per la sua natura costitutiva, in quanto vera e propria esegesi di un sentimento che spesso, come tutto ciò che ha connotazione di per sé, almeno di primo acchito, negativa, si tende in realtà a omettere, nascondere, rifiutare, rimuovere, non raccontare. L’opera (uno dei numerosi titoli che Neri Pozza ha annoverato, in questo caso su proposta di Giorgio Amitrano, nella longlist dell’edizione 2019 del Premio Strega, che però non vede nella cinquina nessuna pubblicazione della casa editrice vicentina) di Silvio Perrella, esperto autore della cosiddetta trilogia degli amanti di città, palermitano che da tanto vive a Napoli (uomo di mare, dunque: non è un caso…), racconta con prosa raffinata ma altrettanto fruibile, in un paesaggio dannunziano e insieme crepuscolare (una pineta salmastra), precisamente connotato però al tempo stesso sin dal nome universale (è Qui, pertanto potrebbe essere dappertutto, anche solo un luogo dell’anima), l’allegorica vicenda di un nuotatore. Un uomo che si muove, di continuo, ma il cui spostamento fisico segue di pari passo quello mentale dell’elaborazione dell’angoscia esistenziale che lo attanaglia.