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Io non ci volevo venire

Io non ci volevo venire

È innocente, inconsapevole e naturale crudeltà quella con la quale i gruppi di ragazzini, con unanime consenso, relegano qualcuno in porta nelle partite di calcio per strada. Nessuno vuole giocare in porta, tutti vogliono essere goleador. E se un attaccante frana sull’asfalto, sono contorcimenti da divi. A chi viene messo in porta invece, viene richiesto come dovere basilare di scorticarsi. Senza che nessuno apprezzi le improbabili parate del “portiere per mancanza d’altro uso”, si spera più che altro che il pallone gli sbatta addosso. Scortecciarsi sull’asfalto e prendere pallonate per chi è impedito al gioco: palese assenza di considerazione da parte gruppo. Giovà finiva sempre in porta nelle partite al quartiere Partanna, il dirimpettaio povero di Mondello, Palermo. Fu solo grazie alle preghiere della madre Antonietta allo “Zzu”, colui che fa e disfa a Partanna, che Giovà, fattosi ormai grandicello e non avendo mai brillato in alcun campo, venne assunto come vigilante in una discutibile agenzia di sicurezza privata (cosa strana, a tutti quelli che disdicono l’abbonamento, viene immediatamente svaligiata la villa). A cinquant’anni suonati, sempre grasso e ancora a casa con la madre Antonietta, Giovà, in pratica, gioca ancora in porta. La sua pigra routine s’interrompe il giorno in cui lo “Zzu”, a distanza di trent’anni dal “favore”, lo convoca per affidargli un compito: a Partanna è sparita una ragazza e lo “Zzu” vuole che Giovà raccolga informazioni, che gli faccia da occhi e orecchie. Perché non affida l’incarico ai suoi uomini? Semplice: non vuole che si sappia in giro che è interessato alla cosa. Ma Giovà, soggiogato dalla madre, le confida subito la richiesta dello “Zzu”. Sarà Antonietta a raccogliere voci, dicerie e pettegolezzi e a fare congetture sul caso. Ma tra il dire e il non dire… è un attimo che Antonietta coinvolge nella cosa la figlia Mariella, la cognata Mariola e, inevitabilmente la parrucchiera Mariangela, regina del pettegolezzo. Il quartetto come centrale operativa raccolta informazioni. E Giovà? Giovà è stato messo a giocare in porta…

Descrizioni efficaci, analisi dei meccanismi che governano i comportamenti, paragoni impietosi e dialoghi realistici, fanno sì che ogni passaggio (soprattutto della prima metà) di Io non ci volevo venire, sia benedetto dagli esiti felici del pensiero e dell’inchiostro di Roberto Alajmo. È una miscela che va a lambire quel grottesco che attiene tuttavia alla realtà delle cose. Lo sguardo ironico consegnato al lettore assieme a una trama che si fa via via più intrigante, arriva senza che vi sia traccia di ricerca dell’effettaccio. Anche i dialoghi, seppur non in dialetto palermitano, sono costruiti in modo tale che, dandogli voce nella nostra mente, assumono quella tipicità d’espressione che fa da contorno e salsa, all’arrosto della vicenda. Solo verso la metà del racconto si ravvisa qualche passaggio non necessario che non aggiunge nulla, se non qualche pagina di troppo, a quello che risulta essere un traghettamento verso un intreccio di carattere più giallistico che, come tale, non è esattamente a prova di bomba. Ma proprio in quanto provincialissimo “giallo nostrano”, e proprio perché lontanissimo dagli scimmiottamenti di noir d’oltreoceano a loro volta di bassa lega, magari ad averne altri cento così. Bisogna tornare al 1932, quando Alberto Savinio plaudiva alla “provincializzazione del giallo”. Dai caratteri dei personaggi, alle situazioni tanto quotidiane quanto paradossali alla, non ultima, corposa dose di detection, ci si aspetterebbe – e ce lo auguriamo – che ne venisse tratta una saporita fiction di 4/6 puntate che non ci dispiacerebbe affatto. L’editore Sellerio comunque, non ne sbaglia una. E pure di Palermo è…