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Io non ho paura

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Acque Traverse, estate 1978. Michele è in sella alla sua bici, la Scassona, e sta per recuperare Salvatore quando sente la voce di sua sorella Maria che lo chiama. È indeciso se fermarsi o meno. Se si ferma, dovrà sicuramente pagare penitenza e la penitenza la decide il Teschio, che è il più grande. Le penitenze del Teschio sono sempre crudeli: per esempio, l’ultima volta ha obbligato Barbara Mura a mostrare a tutti le tette. Michele è sicuro che sua sorella sia solo stanca, d’altro canto però se dovesse succederle qualcosa lui passerebbe i guai con sua madre. Michele deve badare a Maria perché è il fratello maggiore: lui ha nove anni, lei ne ha sette. Si ferma a soccorrerla: è caduta e ha rotto gli occhiali, ancora. Mamma si arrabbierà tantissimo. Dovranno metterci lo scotch per nasconderglielo. Ma a questo penseranno dopo: insieme arrivano in cima alla collina che stavano scalando, ultimi. Incredibilmente, il Teschio decide che la penitenza dovrà comunque scontarla Barbara, perché, se Michele non si fosse fermato, sarebbe certamente arrivata per ultima. Pertanto deve mostrare a tutti le parti intime. Michele però non ci sta e si offre come volontario, la penitenza la farà lui. Dall’altro lato della collina c’è una casa abbandonata: deve salire al primo piano, entrare, attraversare tutta la casa, saltare sull’albero dalla finestra in fondo e infine scendere. Con non poche difficoltà Michele arriva alla finestra e salta. Il ramo sul quale si appende si spezza e il ragazzino cade giù, ma invece di farsi male, atterra su qualcosa di morbido: un materasso. Sotto al materasso c’è una lastra, che copre un buco di due metri e mezzo. Dentro il buco Michele vede sporgere una gamba…

Non ci sono, nel panorama letterario italiano, autori che come Ammaniti sanno scrivere di quell’età delicata che è l’adolescenza. Lo si è visto con Ti prendo e ti porto via (1999) e, in parte, con Come Dio comanda (Premio Strega 2007). Ma è in Io non ho paura (Premio Viareggio 2001) che questa sua abilità è sublimata. Michele Amitrano, nove anni, è il bambino/adolescente che tutti noi siamo stati per qualche anno della nostra vita. Una persona genuina, buona, crudelmente ingenua ma allo stesso tempo arguta, che invidia il suo amico che ha più giochi di lui, ma alla quale basta poco – una bici scassata, il greto di un fiume, la fantasia di andare al mare – per essere davvero se stesso. Una persona che, date queste premesse, crede ancora ai mostri. «Piantala con questi mostri, Michele. I mostri non esistono. Devi avere paura degli uomini, non dei mostri», gli ripete spesso suo padre. La sua età non contempla una simile paura, ma nel luogo da cui viene, Acque Traverse, questa paura aleggia nell’aria. Come Ischiano Scalo (Ti prendo e ti porto via) e Varrano (Come Dio comanda), anche Acque Traverse è un luogo dimenticato da dio, quattro case in mezzo al nulla più assoluto, sperdute non si sa dove nella provincia italiana. Una provincia italiana devastata, senza speranze, permeata in ogni angolo dalla violenza: preoccupante quella dei bambini, semplicemente bestiale quella degli adulti. Ma se in Io non ho paura la violenza rimane lì, tra le pagine del libro, e conferma ulteriormente il talento letterario di Ammaniti, nella realtà essa ha trovato terreno fertile a Colleferro, ad Avetrana, a Santa Croce Camerina e in molti altri episodi di cronaca nera. Ha ragione allora il padre di Michele: non è dei mostri che bisogna avere paura, ma degli esseri umani.