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Io non voglio uscire

Io non voglio uscire

Torre Annunziata, Napoli, marzo 2020. Diego, il marito di Anna, chiama la famiglia davanti alla televisione per ascoltare un discorso del Presidente del Consiglio. Marito e moglie si riuniscono sul divano, insieme ai figli Manuel e Roberta. L’annuncio riguarda l’imminente lockdown e la necessità di cambiare radicalmente le abitudini quotidiane. Roberta chiede subito se le scuole chiuderanno, mentre l’atmosfera generale è carica di ansia, incredulità e paura. Anna osserva le reazioni diverse dei membri della famiglia e la sua attenzione si concentra in particolare su Manuel, che appare triste, isolato e affranto mentre guarda fuori dalla finestra. Quando Manuel è nato, era Martina. Anna ripercorre i comportamenti infantili della figlia. Ricorda nettamente un episodio accaduto quando la piccola ha cinque anni. È mattina, Anna sta facendo colazione con il marito Diego ed è stanca per una notte troppo breve. Accende il cellulare quasi prevedendo una telefonata e riceve infatti la chiamata dell’amica Francesca, con la quale ha un rapporto molto stretto e frequenti contatti telefonici. Francesca le racconta divertita un episodio avvenuto la sera precedente con la propria figlia Rossella, che ha confidato una storia insolita riguardante Martina, appunto. Secondo il racconto, Martina avrebbe detto a Rossella che alla nascita aveva un organo sessuale maschile, poi fatto sparire da una strega cattiva. Le due bambine, entrambe molto piccole, hanno persino litigato su questa affermazione. Anna e Francesca reagiscono con una risata nervosa, che serve a mascherare un allarme profondo e non ancora pienamente consapevole. Martina, pensa Anna oggi, non ha mai amato giochi, abiti e atteggiamenti tradizionalmente femminili. Quando iniziava a scegliere da sola i vestiti, prediligeva capi considerati maschili. Inizialmente Anna non ha mai attribuito a ciò un significato allarmante, anche perché riconosceva nella figlia tratti simili a se stessa da bambina. Col tempo, però, quella che veniva definita una “fase” si è rivelata una parola carica di aspettative illusorie e di rinvii dolorosi. E oggi, di fronte alla prospettiva di una chiusura al mondo esterno legata all’esplosione del Coronavirus, Manuel esprime apertamente la propria frustrazione per la sospensione delle udienze giudiziarie che dovrebbero finalmente autorizzare il cambio dei documenti e l’intervento chirurgico. Si sente intrappolato in un corpo che non corrisponde ai documenti ufficiali…

Quello di Anna De Santis è un libro che nasce dalla vita reale e ne conserva tutte le asperità. Non è un racconto addomesticato, né una testimonianza rassicurante: è piuttosto la cronaca emotiva di uno scontro lungo e doloroso, combattuto all’interno di una famiglia, tra una madre e un figlio, tra l’amore e la paura, tra il desiderio di protezione e il bisogno irrinunciabile di essere se stessi. Al centro della narrazione c’è il passaggio da Martina a Manuel, ma il cuore del libro non è soltanto la transizione di genere. È, forse soprattutto, il percorso accidentato di una madre che tenta in ogni modo di opporsi a ciò che non comprende, convinta di difendere la propria figlia, senza accorgersi di stare invece ostacolando la sua possibilità di vivere. La lotta che si consuma tra queste pagine è una guerra di resistenza emotiva, durata anni, in cui le armi usate dalle due parti sono profondamente diverse. Da un lato la paura, il senso di colpa, il terrore del cambiamento; dall’altro la determinazione lucida e radicale di chi sa che rinunciare alla propria identità equivale a sparire. Il libro non nasconde la durezza di questo conflitto. Anzi, la espone con una sincerità disarmante. La madre racconta senza attenuanti i propri errori, la cecità iniziale, l’ostinazione nel voler “aggiustare” qualcosa che in realtà non era rotto. Non cerca assoluzioni né indulgenze, ma sceglie di mostrarsi fragile, contraddittoria, spaventata. Proprio in questo risiede la forza del testo: nel coraggio di ammettere che l’amore, da solo, non basta se non è accompagnato dalla conoscenza e dall’ascolto. La struttura diaristica accompagna il lettore dentro un tempo sospeso, quello del lockdown, che diventa una metafora potente. La chiusura forzata del mondo esterno ne riflette una interiore più profonda, fatta di attese, rinvii, silenzi e paure che sembrano cristallizzarsi. L’emergenza sanitaria amplifica il senso di isolamento e impotenza, soprattutto per Manuel, bloccato in un corpo e in documenti che non lo rappresentano, e per una madre che assiste senza poter accelerare il cambiamento. Se Manuel è “nato due volte”, anche la madre attraversa una propria trasformazione. È chiamata a rivedere il significato stesso dell’essere genitore, a rinunciare all’idea di protezione come controllo e ad accettare che amare, talvolta, significa fare un passo indietro. Questo processo di rinascita è lento, imperfetto, segnato da rimpianti, ma autentico. Dal punto di vista stilistico, si avverte che si tratta di un esordio. La scrittura non è sempre levigata, alcune scelte narrative risultano istintive, a tratti irregolari. Tuttavia, queste imperfezioni non indeboliscono il testo, anzi ne rafforzano la credibilità.