Salta al contenuto principale

Io posso

Io posso

Palermo 1943. Il sergente maggiore Giovanni Pilliu sbarca a Palermo con la nave Sabaudia. Due anni dopo conosce Giovanna Aresu, di origine sarda come lui. I due si piacciono, si fidanzano e, nel 1949, si sposano. Dopo il viaggio di nozze in Sardegna, dove avrebbe dovuto definitivamente risiedere, la coppia decide invece di tornare a Palermo dove il 18 gennaio 1950 nasce Maria Rosa e cinque anni dopo, il 5 gennaio, Savina. I quattro vivono in una delle palazzine dei nonni materni, in piazza Leoni, all’ingresso del parco della Favorita. Giovanna e Giovanni, per vivere, aprono due negozi di alimentari nella zona. Purtroppo, nel dicembre 1960 Giovanni muore d’infarto e le due attività di vendita di generi alimentari diventano un unico negozio gestito da Giovanna. Maria Rosa e Savina intanto crescono e nel 1979 comincia ad essere evidente un certo interesse da parte dei costruttori palermitani per l’acquisto del terreno su cui sorgono le due palazzine dei Pilliu. E si tratta di un mondo, a dir la verità, non esattamente raccomandabile. Il primo della sfilza dei potenziali acquirenti è un signore piuttosto noto in città: Rosario Spatola, ex venditore ambulante divenuto col tempo un grosso costruttore edile nonché mafioso. Poiché è già proprietario dei terreni limitrofi, è molto interessato a quello su cui sorgono le case di Savina e Maria Rosa e propone al nonno delle ragazze una permuta con altri immobili. Non riesce a perfezionare l’acquisto, però, perché viene arrestato. Nel frattempo, i terreni di Spatola vengono venduti al costruttore Francesco Lo Iacono e, nel 1985, a Pietro Lo Sicco, altro imprenditore edile. Ed è proprio con quest’ultimo che le sorelle Pilliu, restie a vendere le loro proprietà, cominciano una battaglia legale, a suon di denunce e dibattimenti, che prosegue per oltre trent’anni e le sfianca dal punto di vista economico e psicologico...

Le parole di Solone sono il miglior commento al memoriale scritto a quattro mani da Pif - acronimo di Pierfrancesco Diliberto, conduttore televisivo e radiofonico, autore, sceneggiatore, regista e scrittore - e Marco Lillo, giornalista e scrittore romano: “Le leggi sono come le ragnatele: quando qualcosa di leggero e di debole ci casca sopra, lo trattengono, mentre se ci cade una cosa più grande, le sfonda e fugge via”. In questa ragnatela ci sono finite, e ne sono rimaste a lungo intrappolate, due donne siciliane di origine sarda che, con la stessa grinta con cui due formichine devono trasportare una briciola di pane, enorme per loro, nella loro tana e si muovono con fatica e tenacia fino al raggiungimento del loro incarico, si battono con un nemico potentissimo, anzi due, e non arretrano di un passo, nonostante le cadute e le sconfitte, finché non arrivano lì dove la verità le attende paziente. Le sorelle Pilliu - due pesi piuma costrette a battersi sul ring contro diversi pesi massimi che si dividono l’onore e la gloria e dominano dall’alto, imbattuti da tempo - superano la barriera dell’omertà, quell’omertà legata a una mafia che, negli anni in cui questa storia si sviluppa, per molta gente per bene di Palermo non esiste; combattono, sole, contro nomi potentissimi e, spesso, legati anche alla politica; arrogano ad alta voce il diritto di poter scegliere se e a chi vendere le loro case; si dichiarano a lungo vittime di mafia e chiedono di essere risarcite. Si scontrano quindi con la complessa realtà della mafia, che come un’enorme piovra dispiega i suoi tentacoli in ogni anfratto, ma non solo. Anche lo Stato, che dovrebbe tutelarle o quanto meno ascoltarle, si fa di nebbia e scompare. Solo ogni tanto accade che la strada tutta in salita delle Pilliu incroci quella di magistrati che si fermano e prestano attenzione alle loro denunce e alle loro richieste: accade, per esempio, con Paolo Borsellino, che le incontra diverse volte e si annota il loro numero di telefono, forse, su quell’agenda rossa che mai è stata ritrovata dopo l’assassinio del magistrato. Pif e Lillo raccontano con precisione tutte le fasi della complessa vicenda - lunga oltre trent’anni - che ha visto Maria Rosa e Savina Pilliu rischiare più volte di rimanere soffocate tra le spire di un potere troppo forte per loro, senza per questo intimorirsi o demordere. E quando finalmente la Giustizia - che magari non è cieca ma di sicuro impiega troppi anni a mettere a fuoco le immagini - fa il suo corso e concede un risarcimento alle sorelle, ecco che il destino beffardo estrae dal mazzo la sua carta più potente e spariglia nuovamente tutto. Sì, perché soldi per risarcire le Pilliu non ce ne sono, ma alle donne lo Stato- che cieco assoluto appare davvero, in questa vicenda- chiede il tre per cento dell’ammontare non ricevuto. E le tasse si devono pagare, non c’è storia! Pif e Lillo, allora, devolvono i proventi legati alla vendita di questo libro per il pagamento del tre per cento all’Agenzia delle Entrate, chiedono per le due donne il riconoscimento dello status di vittime di mafia e che vengano ristrutturate le palazzine semidistrutte protagoniste di questa brutta storia, per concederne poi l’uso ad associazioni antimafia. E noi che leggiamo cosa possiamo fare? Promuovere questo libro attraverso il passaparola, affinché l’Io posso del titolo non sia più appannaggio dei prepotenti, degli arroganti e dei collusi, ma diventi l’affermazione stentorea di chi ricerca la verità, in nome di uno Stato che non latita, ma si fa portavoce di giustizia e moralità.