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Io resto re dei miei dolori

Io resto re dei miei dolori

C’è un uomo di spalle, seduto su una roccia. È pingue e avvolto in un cappotto molto pesante. Sta contemplando il più classico dei paesaggi di campagna inglesi: un prato perfettamente tosato e, in lontananza, delle colline su cui si stagliano parecchi alberi. Più in basso, in direzione dei piedi dell’uomo, si delinea lo stagno di Chartwell. L’uomo non ha con sé il materiale per dipingere: sembra che si stia solo preparando mentalmente al gesto, sebbene abbia impresso quello specchio d’acqua sulla tela svariate volte. Eppure, gli sembra di non avere ancora finito: non è scontento, anzi è abbastanza fiero dei quadri precedenti, ma ritiene che quel piccolo stagno non gli abbia ancora detto tutto, che lo stagno, pur cambiando, resti fondamentalmente sempre uguale a se stesso. Forse è la luce: il fatto che questa cambi a seconda dell’ora, del giorno, della stagione: per questo motivo deve ricominciare senza sosta il suo lavoro. Nessuno dei quadri rappresentati lo stagno è più completo dei precedenti, è come se mancasse sempre qualcosa. Nonostante tutto, Winston Churchill rimane lì, davanti allo stagno, si interroga e continua a dipingere...

Io resto re dei miei dolori è stato scritto a partire da una scena della fortunatissima serie The Crown. Nel nono episodio della prima stagione, al pittore Graham Sutherland viene commissionato il ritratto per l’ottantesimo compleanno di Winston Churchill. In Philippe Forest (scrittore e saggista francese: Tutti i bambini tranne uno, Piena, Per tutta la notte), al vedere questa scena, qualcosa è scattato – per sua stessa ammissione – e così ha scritto un romanzo immaginandosi come possa essere stato il rapporto tra i due. Tuttavia, non un romanzo canonico: piuttosto uno scritto sotto forma di pièce teatrale con tanto di prologo, atti, intermezzi ed epilogo: un vero e proprio dramma in cui Churchill e Sutherland sono posti all’interno di una scena e al lettore viene spiegato cosa vedere e perché. Strano al primo approccio ma una volta fatta l’abitudine assolutamente godibile. L’ambientazione, prevedibilmente, è semplice, ma essenziale. Il vero punto di forza di Io resto re dei miei dolori sono però i dialoghi (che occupano a spanne il novanta percento del libro) e di conseguenza l’immaginazione di Forest, che inscena un dialogo verosimile tra un pittore e uno degli uomini più potenti mai esistiti. Una conversazione che è incentrata su una perdita comune: una figlia per Churchill, un figlio per Sutherland. Senza mai entrare nel vivo, Forest danza intorno a questo lutto di estrema importanza, facendone intendere tutta la gravità, e immaginando un rapporto che probabilmente non si è mai instaurato, ma che comunque appartiene al mondo delle possibilità.