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Io se fossi Dio

Io se fossi Dio
È dal 1970 che l'arguto divo del pop e showman televisivo milanese Giorgio Gaber ha imboccato un percorso ideologico e artistico del tutto peculiare nel panorama musicale italiano: denuncia sociale e satira politica mediate da un mix di canzoni e monologhi perfettamente modellato sulle sue capacità istrioniche. Questo stile espressivo, che lui stesso ha battezzato “Teatro Canzone” ha permesso a Gaber per un decennio di fotografare e sintetizzare meglio di qualsiasi altro cantautore le grottesche contraddizioni e le ipocrisie di un'Italia dilaniata dalla tensione. Ma all'alba degli anni '80 il Paese cambia di colpo: gli italiani approdano “in massa sulle sponde di un privato-panacea di tutti i mali”. Il vecchio Gaber non funzionerebbe più, e infatti il cantautore sforna un album - “Pressione bassa” - di ballate un po' fiacche, su temi più esistenziali che sociali. Si è chiusa un'epoca anche musicalmente parlando, pensano tutti. E invece a fine anno, tra la sorpresa generale, Gaber pubblica  un singolo di 13 minuti su vinile in 12 pollici, senza lato B, intitolato “Io se fossi Dio”: il disco esce per una piccolissima etichetta, la F1Team, che fino a quel momento ha pubblicato solo dance, perché la Carosello/Ricordi, etichetta di Gaber, si è rifiutata di stamparlo. La copertina nera con una spartana scritta bianca nasconde un brano furente di rabbia, una sorta di poema musicato che attacca l'intero arco costituzionale e i mass media con inusitata ferocia, e soprattutto osa l'inosabile nel 1980: inveire contro la memoria di Aldo Moro, da soli due anni assassinato dalle Brigate Rosse. “Io se fossi Dio” scatena una tempesta di polemiche...
“Gli schiaffi di Dio appiccicano al muro tutti”, declama Giorio Gaber in questo brano monumentale che Mario Bonanno, giornalista musicale siciliano esperto di cantautori, analizza in questo saggio esplorandone radici, making of, struttura, significati e conseguenze. Ed è esattamente la sensazione di uno schiaffo quella che si prova ad ascoltare “Io se fossi Dio”, anche a 33 anni di distanza. Oggi più di allora si rimpiange “il furore antico, dove si odiava, e poi si amava, e si ammazzava il nemico”, oggi più di allora la comunicazione è gestita in modo cialtronesco e spregiudicato, oggi più di allora i partiti sono nella migliore delle ipotesi incapaci di intercettare i bisogni dei cittadini e nella peggiore semplici strumenti di corruzione. Quindi l'operazione di Bonanno e di Stampa Alternativa non è da archeologia musicale per fan (il che andrebbe bene comunque, intendiamoci) ma è qualcosa di vivo, di urticante, di elettrico. E soprattutto è un'occasione preziosa di approfondimento su quello che in fondo è l'epilogo degli anni d'oro di Giorgio Gaber. Davvero delle chicche l'intervista (realizzata a penna per via epistolare!) a Sandro Luporini nella quale si racconta la genesi del pezzo e il colloquio con Sergio Farina, chitarrista di Gaber e arrangiatore di “Io se fossi Dio”, che ne ricorda la costruzione dal punto di vista eminentemente musicale e il processo di registrazione. Completano il volume una prefazione un po' sciatta di Claudio Lolli, un articolo a firma di Gianni Riotta pubblicato su L'Espresso nel 1981 quando il vinile di “Io se fossi Dio” uscì allegato al settimanale e una vecchia intervista di Sergio Saviane a Giorgio Gaber su questa memorabile canzone che assomiglia tanto a un poema.