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Io sono Adele

copertina del libro

Milano 1971. Adele Maria Casagrande ha sette anni ed è l’unica bambina della scuola elementare ad avere i genitori separati e a essere esonerata dall’ora di religione. Fino a qualche mese prima abitava con sua madre, suo padre e sua sorella in un quartiere residenziale di Milano. Un grande appartamento, la tata, una grande camera tutta sua, ignara del fatto che tutto sarebbe potuto finire senza preavviso. Si sono trasferite in periferia perché il padre è andato a vivere con un’altra e sua madre è rimasta sola. Nella nuova scuola si annoia e i compagni la prendono in giro per il suo aspetto e per come si veste; la considerano ricca, mentre lei si sente diversa, sola e incompresa da tutti, persino dalla maestra. Così si rifugia nella lettura e nello studio. In casa la madre cerca di mantenere un equilibrio nonostante le difficoltà economiche e la sofferenza per la separazione. Adele osserva i cambiamenti senza riuscire a comprenderli del tutto e trova sicurezza solo nelle regole quotidiane: gli orari, i gesti ripetuti e le buone maniere diventano un punto di riferimento in un mondo che le sembra improvvisamente incerto. Le piacciono le regole, perché non giudicano e sa che se le segue non può sbagliare e non può succederle nulla di male… Cinquantatré anni dopo. È rimasta sola. Ha voltato le spalle a quello che ha costruito per ricominciare da capo. Dal viale di accesso fiancheggiato da platani alti e maestosi segue l’auto del figlio Alberto che si allontana dopo essersi salutati con un lungo abbraccio. Ha sentito il dolore dell’addio nel petto, in quel momento in cui tutto finisce, e tutto comincia. Ha lasciato una vita a cui molte donne si sarebbero aggrappate con bramosia per mettersi a servizio di una famiglia che non è la sua, in casa di estranei. Armand Colbert, il suo datore di lavoro, è un gentiluomo francese, un editore di libri illustrati che vive da sempre nel manoir in pietra nascosto dalla collina che si affaccia sul Rodano. È un uomo che vuole obbedienza: tipico di chi sa di non avere polso innalzare un muro di rigida formalità e pretese per chiedere rispetto. Adele prenderà servizio la sera stessa: preparerà la cena. Le passano davanti le immagini degli ultimi giorni, in ordine sparso. Il pranzo del suo compleanno. La figlia Ginevra con le guance solcate dalle lacrime. La notte sopra Monte Carlo mentre la musica suona per lei. Gli occhi di Ester, la nuova direttrice di Wander, mentre le dice che partirà. Suo marito che si volta dall’altra parte per non incrociare il suo sguardo. Non ha tolto la fede al dito: è l’unico anello che porterà e che le ricorderà da dove viene, chi è stata. Il suo non è un taglio netto, la sua nuova vita si alimenterà della vecchia. Non può e non vuole rinnegare se stessa. Chi è stata l’ha portata a essere chi è ora. Il pensiero di vestire i panni della governante dovrebbe schiacciarla tra la fatica e la follia di aver fatto un passo indietro nella sua esistenza, ma il sentimento che prova è un altro: guarda alle sue nuove giornate con la tranquillità di chi ha la certezza di poter gestire una routine collaudata. Per lei, che ha passato quarant’anni viaggiando e desiderando solo tornare a casa, essere lì è un dono…

Con Io sono Adele, Csaba dalla Zorza prosegue il percorso iniziato con La governante, compiendo un passaggio decisivo: la protagonista non è più identificata soltanto dal ruolo che vuole ricoprire e conquista finalmente il proprio nome. È un cambiamento che va oltre il titolo: rappresenta l’affermazione di un’identità, la scelta di esistere come persona prima di essere madre, moglie o lavoratrice. Adele entra come governante nella casa dei Colbert, in Provenza, a Villeneuve-lès-Avignon, ma fin dalle prime pagine appare evidente che il suo compito non consiste soltanto nel riordinare stanze, preparare pasti o organizzare la quotidianità. La sua presenza diventa un punto di equilibrio per una famiglia che, pur immersa nel benessere, vive fratture profonde. I due figli reagiscono in modo diverso al suo arrivo: Juliette è un’adolescente ribelle che inizialmente oppone una resistenza che riflette anche il difficile rapporto con la madre; il fratello minore, Alexandre, si lascia invece conquistare più facilmente dalla serenità e dalla sicurezza che Adele trasmette. Intorno a lei gravitano personaggi altrettanto sfaccettati: la giovane aiutante Martine, la osserva con grande ammirazione, pronta ad ascoltare e recepire i suoi consigli; Jean-Luc, il giardiniere tuttofare, legato ad Adele da un’amicizia sincera; Madame Colbert, convinta che la nobiltà coincida con il non fare niente, fredda e sospettosa, arriva a mettere in dubbio l’onestà della donna che il marito ha assunto nonostante la mancanza di referenze; il padrone di casa, Monsieur Colbert, riconosce il talento di Adele, ma continua a confinarla entro il ruolo per cui ha preso servizio; infine, l’anziana Madame Colbert, forse l’unica a intuire che cosa si nasconde dietro il suo riserbo. La trama alterna il presente a continui ritorni nel passato. Una scelta coraggiosa, perché buona parte di interi capitoli è dedicata ai ricordi, alle esperienze più importanti e formative degli anni giovanili, ai dettagli di una vita già vissuta. La storia personale di Adele emerge poco alla volta: l’infanzia segnata dalla separazione dei genitori e da un cambiamento radicale del suo stile di vita; l’affetto per la madre, che non le impedisce però di lasciare l’Italia come forma di autoprotezione; il periodo trascorso a Tokyo, dove conquista la propria indipendenza e che conferma il valore delle regole come strumento di stabilità; il matrimonio, e la crisi dovuta ai tradimenti; la maternità; l’impegno in un’attività di successo e, infine, la decisione di ricominciare una nuova esistenza. Non c’è alcuna fretta di arrivare all’azione. Anzi, la narrazione rallenta deliberatamente per soffermarsi anche sulle abitudini, sugli ingredienti e la preparazione dei piatti, sull’organizzazione della casa, sulle piccole decisioni e sui momenti di pausa che scandiscono le giornate. A un lettore in cerca di un ritmo più serrato, questa impostazione potrebbe apparire eccessivamente contemplativa o introspettiva; in realtà, proprio questa lentezza permette di comprendere Adele in profondità. Ogni gesto quotidiano, così come il suo passato, diventa una chiave per leggere il carattere della protagonista, il bisogno di ordine e disciplina con cui ha imparato a proteggersi dal caos della vita. Ogni fase aggiunge un tassello alla sua identità: non semplici ricordi, ma passaggi che spiegano il modo in cui Adele osserva il mondo e si relaziona con gli altri. Più che raccontare grandi eventi, il romanzo esplora le dinamiche familiari, le tensioni silenziose che abitano ogni casa. La scrittura si concentra sull’intimità, sul non detto, sulle fragilità che si celano dietro le convenzioni e le aspettative altrui. In particolare, lo sguardo dei giovani viene restituito con grande sensibilità. Le difficoltà di Juliette ad essere accettata e ad accettarsi e il bisogno di avere accanto un adulto affidabile sono raccontati con misura, senza enfasi. Adele non si sostituisce alla madre, ma offre una presenza costante fatta di ascolto, piccoli gesti e fermezza. Pur essendosi avvicinata alla narrativa solo negli ultimi anni, dalla Zorza dimostra una particolare capacità nel costruire personaggi e atmosfere. La sua esperienza nel raccontare il mondo della casa e l’arte del saper ricevere si trasforma in uno strumento narrativo capace di parlare di identità, appartenenza e desiderio di ricominciare. Il gusto per i dettagli non è mai puramente decorativo: gli oggetti, gli ambienti, i profumi della cucina e la precisione dei rituali quotidiani sono parte integrante del linguaggio emotivo di un romanzo che accompagna il lettore dentro una vita, mostrando come sia possibile cambiare il proprio destino, senza rinnegare il passato.