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Io sono El Diego

Io sono El Diego

Villa Fiorito, provincia di Buenos Aires, anni ‘70. Diego Armando Maradona racconta con la sua tipica sincerità velata d’ironia i primi anni della sua infanzia e dell’adolescenza, in un quartiere poverissimo dove pochi riuscivano a mangiare tutti i giorni. In una casa di mattoni, costituita da appena tre stanze: in una si mangiava, in una dormivano “i vecchi”, nell’altra Diego insieme ai suoi sette fratelli. Nonostante quando pioveva ci si bagnasse e nonostante non ci fosse l’acqua potabile, Diego vive un’infanzia felice, riconoscente ai suoi genitori che si ammazzano di lavoro (il padre in fabbrica, la mamma in casa) pur di non fargli mai mancare pranzo e cena. Cosa che, rispetto agli altri ragazzini del quartiere, lo aiuta anche nelle sue prime prestazioni calcistiche. Perché El Diego scopre la sua più grande passione fin dai primi anni di vita, quando gioca sotto il sole cocente delle due del pomeriggio o al buio, o ancora quando anche con una pallina di carta o di stracci palleggia sulle strade mentre va a fare commissioni per la mamma. Ma ben presto ci si rende conto che questo ragazzino ha un talento incredibile, che gli rivoluzionerà completamente la vita e nel 1976 Maradona si trasferisce nella casa di Calle Argerich con tutta la famiglia. In questo stesso quartiere abita la famiglia Villafañe e Maradona conosce così la donna che lo accompagnerà per gran parte della sua vita, stando al suo fianco nei trionfi più sublimi e nelle cadute più rovinose: Claudia Villafañe...

Il resto è storia o, per dirla con Sandro Veronesi, “tradizione”. Maradona ripercorre tutta la sua vita calcistica, dall’Argentino Juniors al Boca Juniors, dal Barcellona al Napoli, dai mondiali al Siviglia. E mentre racconta le sue avventure calcistiche, la vita personale si intreccia, mentre El Diego, come ci ha abituati, parla diretto e esprime chiaramente le sue opinioni sul mondo del calcio, sui troppi soldi che ci corrono dietro, sui diritti TV, su numerosi giocatori, arbitri, dirigenti, allenatori, presidenti della FIFA e non solo. Perché, come sempre, non risparmia nessuno e critica anche alcuni presidenti, il Papa, i giornalisti come un fiume in piena, com’è sempre stato lui. Tra tutti i difetti che sono stati attribuiti al personaggio, non si può certo dire che Maradona fosse una persona imperscrutabile. La sua schiettezza disarmante la ritroviamo qui, in queste 384 pagine che gli appassionati di calcio divoreranno. Chi ama infatti lo sport più popolare della Terra sa che non si può prescindere dal suo nome quando se ne parla. Personaggio irriverente, contradditorio, scomodo, con diverse ombre (ma d’altronde chi non le ha?) e purtroppo una brutta dipendenza, divisivo fino alla fine, come solo i grandi possono essere. Eppure, nonostante i numerosi documentari e i famosissimi video, da questo libro si capisce molto più a fondo quanto Maradona amasse giocare a calcio, quanto si sottoponesse alle infiltrazioni pur di entrare in campo e quanto abbia sofferto quando non gli hanno più permesso di fare ciò che amava di più nella vita. Diego non si nasconde, ammette i suoi errori, parla della sua dipendenza e racconta quanto fosse difficile a volte essere così amato, non poter uscire di casa senza essere travolto dai tifosi. E nonostante questo, Maradona si porta addosso il fardello di rendere felice la gente con una partita di calcio, soprattutto gli ultimi: i terroni napoletani accolti a Verona con striscioni che dicevano “Benvenuti in Italia” e per il suo popolo: perché per lui giocare con la maglia della Selección è sempre stato un onore. Per gli amanti del calcio e tutti coloro che erano in lutto il 25 novembre del 2020, un solo consiglio: da leggere.