Salta al contenuto principale

Io sono il Libanese

Io sono il Libanese

1976, carcere romano di Regina Coeli. Il Libanese è dentro per una storia di armi, ma anche in galera sta lavorando al suo sogno: diventare il boss più potente di Roma: “I camorristi dettavano legge, i romani chinavano il capo. I romani dormivano. Il suo compito: svegliarli”. Un giorno scoppia una rissa selvaggia in cortile durante l’ora d'aria: un ragazzo coperto di sangue crolla proprio ai piedi del Libanese, incalzato da un omone che brandisce una scheggia di latta appuntita, deciso a scannarlo. Lui si rende conto con un’occhiata dell’identità del ragazzo e capisce che il destino gli ha regalato un’occasione da non perdere. Con una mossa fulminea blocca il braccio dell’assalitore che stava calando per vibrare il colpo mortale, e gli rompe il naso con una testata. Un nugolo di guardie sommerge tutti e tre. Il Libanese si risveglia in infermeria e sorride tra sé e sé: non tanto perché il direttore del carcere gli viene a far visita lodandolo per aver salvato una vita – proprio a lui! – ma perché il ragazzo che ha difeso è Ciro, il nipote di Pasquale ’o Miracolo, una leggenda della camorra, luogotenente del mitico capo della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo detto ’o Professore. E ora Pasquale gli deve un favore: una chance che il Libanese non ha intenzione di farsi sfuggire...

Non poteva non arrivare anche un prequel per Romanzo criminale, uno dei blockbuster più fortunati dell’editoria italiana del ’900 e libro assolutamente cardine nel definire i confini di un nuovo fortunato genere tutto nostrano, una sorta di noir poliziesco – o meglio poliziottesco, per mutuare un termine particolarmente efficace dalla nostra cinematografia di genere che fu – che intreccia cronaca nera, fiction e politica indagando sui misteri più oscuri della nostra storia recente, però con un appeal glamour e stradaiolo piuttosto che con il piglio dell’orazione civile. Giancarlo De Cataldo sfrutta l’occasione da una parte per adeguare (direi anzi piegare) la continuity a quella della fortunata serie tv tratta dalla saga del Libanese e dei suoi pard, alla cui sceneggiatura ha collaborato (emblematica in tal senso l’allusione allo stupro da parte del Terribile della ragazza del protagonista), dall’altra per dare un background credibile al suo tormentato personaggio. Nel rapporto con la madre, con le donne (qui vive una movimentata liaison con una ragazza di buona famiglia tutta canne, soldi e rivoluzione) e con la sua ambizione però non si scava, è tutto appena accennato, tutto molto scontato e prevedibile. Si ha la netta impressione che l’autore abbia faticato ben poco a scrivere questo breve romanzo, che è un gradevole prodotto commerciale – per carità – ma non ha nemmeno un briciolo dell’ambizione e della cupa potenza del suo sequel/predecessore.