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Io sono l’abisso

Io sono l’abisso

Marie sogna Morana, la dea slava della morte, galleggiare sulla superficie di un fiume mentre il treno sul quale si trova con la sorella Madla sfreccia accanto. Deve essere un sogno, perché volti di persone e di animali familiari si accalcano nella sua mente e nel suo immaginario senza soluzione di continuità in un panorama che non può essere che onirico. Una ragazza scende dalla banchina della metro senza che nessuno se ne accorga. Con calma e con una compostezza che mostra tutta la determinatezza di chi sceglie di morire, si sdraia sui binari in modo che il collo sia appoggiato sul bordo. Marie si chiede cosa stia provando quella ragazza, se abbia paura o sollievo. Da qui cominciano ad affastellarsi tutti i ricordi di Marie, di quando da piccola voleva diventare un mago, di quando Madla si negava al telefono e diceva alla sorella di riferire a Robert che era morta e lei, inaspettatamente, obbediva. Il suo capo le mostra la registrazione di una telecamera di sicurezza in cui Marie si lancia di schiena da uno degli scaffali più alti, per poi restare spiaccicata sul terreno, immobile, come se fosse morta. Marie ricorda di come, da piccola, suo padre le abbia parlato per la prima volta di “perpetuum mobile”, un macchinario dal movimento che non finisce mai. Allora Marie decise di inventarlo lei questo macchinario, dimenticando che in effetti è un qualcosa di impossibile da realizzare. Tutto questo in una piccola città della Repubblica Ceca che Marie si ostina a chiamare continuamente “Carogna”…

Il titolo originale del romanzo di Lucie Faulerová era Smrtholka, un altro nome per la dea della morte e dell’inverno nella mitologia ceca antica. La traduzione del titolo da parte di Laura Angeloni deriva direttamente da una delle fonti di ispirazione dell’autrice, la famosa frase di Nietzsche “Se guardi nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te”. Lo stile di questo romanzo è frammentario, poetico, più simile a una spirale che a un cerchio. Sembra una carezza finché non ti accorgi, troppo tardi, che in realtà è un pugno allo stomaco. Il punto di vista del lettore è sovrapposto in modo perfetto alla coscienza di Marie, al punto che questa lettura è molto più di una fruizione passiva: è un’esperienza. Anche se fin dall’inizio si può intuire cosa sia successo, la negazione della realtà di Marie diventa in chi legge il rifiuto di comprendere finché non è troppo tardi. In quel momento la presa di coscienza diventa come un’operazione chirurgica senza anestesia in cui medico e paziente sono la stessa persona. Questo è il risultato di essere troppo curiosi e di avere un’immaginazione troppo spiccata. Nelle persone troppo sensibili il passato diventa un fardello impossibile da sopportare, troppo caro per lasciarlo andare e persino l’amore, voluto, ricercato e idealizzato non è più sufficiente a rendere la sofferenza meno sorda. In un lavoro come questo, che non è più semplice prosa nel suo afflato lirico, è particolarmente degna di merito la traduzione di Laura Angeloni, con le onomatopee e con una cura meticolosa nella scelta delle parole più adeguate a rendere, anche a livello fonetico, la stella danzante che si sprigiona senza freni nel cuore di Marie.