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Io sono Rita

Io sono Rita

È il 26 luglio 1992 e sul marciapiede assolato di fronte al civico 23 di viale Amelia, nella zona sud est di Roma, il corpo di una giovane donna si dissangua. Indossa una vestaglia rosa, non ha scarpe. La ragazza è scossa dalle convulsioni, è in agonia. Vigili del fuoco e carabinieri giunti sul posto osservano l’edificio per individuare la finestra da cui si è lanciata. Lucia, una donna che abita al primo piano del palazzo, è uscita dopo aver sentito il tonfo. Ha preso la mano della ragazza e le parla, non sa chi sia, ma resta con lei fino all’arrivo dell’ambulanza, che recupera il corpo e lo porta all’ospedale San Giovanni, in Rianimazione. Le indagini iniziano, nessuno nel palazzo sa chi sia la sconosciuta. Alcuni agenti si introducono nell’appartamento da cui ipotizzano si sia buttata, entrano da una scala posizionata all’esterno e nella stanza trovano i suoi documenti: Rita Atria, nata ad Erice il 4 settembre 1974, residente a Partanna. Diciassette anni appena. In un’agenda gli agenti leggono appunti che rivelano come la vita della giovane non sia una vita qualsiasi, bensì legata alla mafia. L’omicidio del padre nel 1991 e quello del fratello avvenuto in Sicilia due anni prima, la persecuzione e i tentativi di uccidere anche Rita messi in atto dal clan Accardo. Vengono individuate annotazioni relative alla morte del giudice antimafia Paolo Borsellino. Tutto il materiale raccolto finisce alla stazione di polizia “Tuscolana”. Rita Atria aveva deciso di denunciare e di raccontare tutto ciò che sapeva sui traffici di mafia e sugli omicidi, addolorata dalla morte dei suoi familiari. Una scelta che sua cognata Piera aveva già fatto dopo l’omicidio del marito davanti ai suoi occhi. Rita era in contatto col giudice Borsellino, aveva ignorato le raccomandazioni (o minacce) della madre, che la ammoniva dal “fare fesserie”...

“Credevo che il tempo potesse guarire tutte le ferite. Invece no. Il tempo le apre sempre più fino a ucciderti, lentamente. Quando finirà quest’incubo?” Risale al 2008 il primo tentativo, fallito, di accedere al fascicolo di Rita Atria. Solo nel 2019 Nadia Furnari, attivista antimafia che ha collaborato alla fondazione dell’Associazione Antimafie Rita Atria nel 1994 a Milazzo, presenta una nuova richiesta alla procura di Roma e ottiene le carte che saranno la base per la stesura del volume. Un libro-inchiesta realizzato con l’obiettivo di ridare voce alla giovane testimone di giustizia diciassettenne, per ricostruire gli eventi che hanno condotto alla sua tragica morte, analizzando il contesto sociale, culturale e politico legato alla Sicilia e in particolare a Partanna, suo paese d’origine. Ad aiutarla nel 2020 si fa avanti Giovanna Cucè, giornalista del TG1. Terzo membro del gruppo di ricerca è Graziella Proto, attivista antimafia. Rita viene raccontata ai lettori come una coraggiosa adolescente che desidera trovare il modo di avere giustizia in merito alla morte del padre e del fratello da lei amati e idealizzati, che acquisisce a poco a poco consapevolezza di quale fosse la loro natura, i loro affari, arrivando a una maggiore e dolorosa comprensione della verità sulla sua famiglia. Affetto e rispetto la legano al giudice Borsellino, forte il trauma che deriva dalla sua morte, l’isolamento a cui la ragazza va incontro. Per spiegare le origini dell’assetto mafioso, i legami tra i clan, le faide e le collaborazioni, gli affari di droga, la sottrazione di fondi pubblici e tanto altro, le autrici scavano a fondo nella storia della Valle del Belice, descrivendo le caratteristiche della comunità agro-pastorale della zona e i mutamenti dovuti alle conseguenze del terremoto del 1968, con l’arrivo di sostanziosi fondi pubblici. A colpire più di tutto durante la lettura è l’immagine di una ragazzina che cerca di seguire la strada della verità, staccandosi dall’ambiente omertoso e sanguinario in cui è nata e cresciuta. Spaventata, angosciata, isolata, cerca un po’ di normalità almeno nella scuola, nei libri. Chi l’ha incontrata nel periodo in cui viveva sotto protezione la descrive come una ragazza tranquilla, con un sorriso sfuggente e lo sguardo profondo. È davvero un pugno allo stomaco cercare di immedesimarsi nei panni di Rita, immaginare quali sentimenti abbia portato dentro di sé, quali pensieri l’abbiano tormentata dopo la notizia delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Ancora oggi i dubbi sulla sua morte, sulla possibilità che non si tratti di suicidio nonostante l’archiviazione del caso, turbano il sonno di chi ha avuto tra le mani la sua documentazione. Questo libro è anche uno strumento per mantenere viva la sua memoria e continuare a cercare risposte.