Padre e figlio a bordo di un’auto particolare, una specie di carro nero, con la carrozzeria bombata e le linee d’altri tempi, che certamente potrebbe far pensare a chi la incrocia lungo la strada di essere finito nel bel mezzo di un’allucinazione. Invece no. Padre e figlio partono dal cimitero di Pergamo – recando una bara nel retro del furgone – per dare degna sepoltura, dopo tanti anni, a Liboria, madre del primo e nonna paterna del secondo. La donna è stata per anni nell’ossario di quella località, in cui era fuggita diversi anni prima. Ora, il figlio, che l’ha conosciuta pochissimo perché aveva solo sei anni l’ultima volta che l’ha vista, ha deciso di riportarla a Conca Valbruna. E vuole celebrare laggiù un funerale con tutti i crismi. Ecco perché non si accontenta di trasportare le ossa della madre all’interno dell’urna che gli viene consegnata dall’addetto del cimitero, ma smuove mezzo mondo per avere, in fretta, un carro funebre e una vera e propria bara. Perché lui a Conca Valbruna vuole tornare in giornata. Ha parecchio da fare, a casa, ripete alle sorelle Anna e Marcella e alla cognata Bruna, la moglie di suo fratello, mostrandosi nervoso e piuttosto irrequieto. Il figlio, intanto, ascolta musica nelle cuffiette e solo ogni tanto, tra una canzone e l’altra, coglie qualche scambio di frasi. Sbrigate le pratiche necessarie, padre e figlio si apprestano a partire, mentre la macchina del cugino si accoda. Ma c’è un altro inghippo da risolvere: i fiori. Se si tratta di un funerale vero e proprio occorre ci siano anche veri e propri fiori. Il corteo, quindi si arresta praticamente prima di essere partito. L’intervento del funzionario si rivela una volta ancora risolutivo: chiede di portare il carro nel vialetto accanto, dietro la siepe, e poggia sulla bara un paio di corone ancora fresche e due mazzi di fiori. L’effetto è elegante, non c’è che dire…

È un viaggio particolare quello che un padre e un figlio intraprendono per portare le ceneri di nonna Liboria, deceduta da decenni e da tutti nota con il secondo nome Nilde, accanto a quelle del nonno. Al volante il figlio di Liboria e accanto a lui la voce narrante, il nipote della defunta che ha deciso di accompagnare il padre in questo viaggio anche dietro richiesta della madre, preoccupata per la risaputa distrazione del marito. Si tratta di un viaggio piuttosto singolare anche per un’ulteriore peculiarità: il babbo, dal posto di guida, non fa che dialogare con la madre defunta lungo tutto il tragitto. Il figlio dapprima ascolta, poi interviene e a poco a poco scopre particolari di un’esistenza, quella di Liboria, di cui ha sempre saputo molto poco e che si rivela essere, invece, estremamente interessante. La vita di Liboria è stata una vita in fuga: dalla casa paterna prima, da un matrimonio complicato poi. Liboria è una donna coraggiosa: vive gli anni della Seconda guerra mondiale e mostra, pur tra mille difficoltà, un coraggio e una fierezza che fanno di lei una figura estremamente moderna. Certo è che le sue scelte di vita non sono state indolore e hanno lasciato ferite aperte in alcuni componenti della famiglia, primo fra tutti il padre della voce narrante che, durante il viaggio, riesce finalmente ad aprirsi con la madre e a mostrare il proprio dolore. Nicola Mariuccini dà vita a un romanzo davvero originale, che, partendo dal racconto di singole esistenze, le inserisce in un periodo storico di grande impatto sulla società e sugli uomini; mostra il valore dei ricordi e degli affetti, il gap generazionale che inevitabilmente influenza i rapporti e, soprattutto, l’importanza del confronto.
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