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Io, Tina Modotti

Io, Tina Modotti

Da Udine al Messico, con mille transiti. 17 agosto 1896 – 5 gennaio 1942. Si può sempre trovare una buona occasione per incontrare o reincontrare un’italiana interessante e misteriosa, migrante e sfuggente come Tina Modotti. Fate come se vedeste Monica Bellucci, un secolo prima ovviamente. Assunta Adelaide Luigia “Tina” Modotti Mondini, era nata a fine Ottocento in Friuli ed è considerata una fra le più grandi fotografe del ventesimo secolo. Figlia battezzata della sarta “cucitrice” Assunta Mondini (1863-1936) e del carpentiere tornitore “tuttofare” socialista Giuseppe Saltarini Modotti (1863-1922), terzogenita di sei sorelle e fratelli, Tina non poté studiare a lungo; fece presto a dodici anni l’operaia in una filanda e in una fabbrica tessile, dodici ore al giorno come dipanatrice, sbobinatrice, torcitrice, orditrice; nella bottega dello zio Pietro imparò a essere fotografata e a scattare foto, poi a capire qualcosa di negativi e positivi. Nel 1913 decise di lasciare l’Italia e raggiunse a San Francisco il padre emigrato (per le idee politiche e la carenza di lavoro), nei decenni successivi divenne una famosa richiesta fotografa e un’indomita rivoluzionaria in vari continenti, parlò molte lingue e amò molti uomini, alcuni particolarmente significativi per la sua vita. Esistono innumerevoli materiali (pur se purtroppo numerose sue foto sono andate perdute per svariare ragioni), varie corrispondenze e curati cataloghi di mostre, alcune buone biografie, tuttavia fu partecipe di così eminenti eventi storici, frequentò con reciproci fascino e stima così grandi personalità, lasciò una traccia così profonda nei tanti che ebbero modo di incontrarla che non si finisce mai di godere leggendone gesta, manufatti, scritti, relazioni...

L’ottimo scrittore e letterato francese Gérard Roero di Cortanze (Parigi, 1948) ben riesce nella difficile impresa di ricostruire coerentemente, con nuove luci e scene, la biografia di Tina Modotti, da leggere! La definizione più corretta è quella di romanzo biografico, non perché non sia accuratamente documentato, quanto perché la narrazione cerca con successo di essere raffinata ed empatica, in ottemperanza con la frase della protagonista nell’esergo: “So che il problema di vivere influisce profondamente sul problema della creatività artistica”. Ecco, l’infanzia e la prima adolescenza abbozzano un’identità sociale culturale politica di Modotti che si affinerà e resterà cruciale: la solidarietà degli operai, dei poveri, degli emarginati contro sfruttamento e discriminazione; la necessità di muoversi ed emigrare per sopravvivere; l’opportunità di lottare per i propri diritti in una libera organizzazione collettiva. Poi la seconda adolescenza e la maturazione californiana aggiungono il desiderio e la capacità di esprimersi in forme artistiche, teatro cinema fotografia poesia giornalismo, condividendo sentimenti e contingenze (non potendo avere figli). I diciassette capitoli hanno il titolo di un’emozione scritta di Tina e tracciano la rotta cronologica dei suoi principali spostamenti. Divenne comunista, visse sempre senza certa stanzialità e senza pace (nemmeno dei sensi), fu spia e crocerossina durante la guerra civile spagnola, morì giovane per un infarto nel suo Messico. Era bellissima e conturbante, non molto alta, flessuosa, capelli color prugna, curve soavi, volto espressivo: ebbe un’esistenza travolgente. Roero di Costanze ce la racconta con garbo, senza pruderie, usando spesso dialoghi esplicativi, evidenziando con equilibrio le questioni controverse, illustrando con parole le foto notissime o perdute. Sempre emergono i turbamenti, i dolori, le malattie, gli inghippi, i guai finanziari, accanto a intensi legami familiari, passioni, gioie, successi, rivoluzioni, generosità. Tina Modotti patì per potersi sentire anche libera e felice (da cui il titolo), continuiamo casti ad esserne fortemente ammirati e inutilmente innamorati, un secolo dopo.