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Isole

Isole

Una cappella quasi sconosciuta del Borromini in via di Monserrato, a due passi da Campo de’ fiori; un bizzarro quadro di Rubens che contiene un altro quadro che nasconde un altro quadro ancora nella chiesa di Santa Maria in Vallicella, che tutti chiamano Chiesa Nuova; un albero che cresce indomito ai margini del viadotto di Corso Francia; un ristorantino nascosto da campi di calcetto e accampamenti di nomadi che dà proprio sulla curva dove si uniscono Aniene e Tevere; le evoluzioni incredibili degli storni nel cielo sopra alla città; il bar Castellino di piazza Venezia, ritrovo dei nottambuli a caccia di avventure o di sigarette; il cimitero militare francese della Camilluccia, dove i famigerati soldati marocchini de “La ciociara” trovano pace e riscatto; la libreria dell’usato gestita da sempre dal signor Offidani a viale Mazzini; una piccola lapide a Ponte Lanciani per ricordare la giovane vittima di un incidente stradale, un minuscolo pub intitolato al poeta irlandese Seamus Heaney, Nobel per la Letteratura nel 1995... insomma isole: “possono essere quadri o alberi, libri o angoli in penombra, statue o fontanelle, luoghi che quasi si nascondono per non essere cancellati”...

Escono raccolti in volume gli articoli – le Isole, secondo la felice definizione dell’epoca – pubblicati sulle pagine romane del quotidiano “La Repubblica” negli anni scorsi da Marco Lodoli: un ritratto, anzi decine e decine di ritratti in acquerello di una città multiforme, in perenne ibridazione eppure sempre uguale a se stessa, e comunque incapace di non sorprendere anche chi la abita da quando è nato. E che magari si trova – felice o renitente non importa – a scortare amici non romani in massacranti tour alla scoperta delle bellezze della sua città, che scopre di aver dato troppo per scontata ai margini del tran tran quotidiano. Quella di Lodoli è la tersa ed estetizzante Roma prima rutelliana poi veltroniana, che – rinata dopo la plumbea gestione pentapartitica degli anni ’80 e l’orgia partitocratica dei Mondiali di calcio del ’90 – ha finito negli ultimissimi anni per specchiarsi troppo nella bellezza del centro e dei circoli ‘in’ perdendo di vista il ventre delle sue periferie, trasformando un giustificato orgoglio in vacuo compiacimento. Rumore (poco) di Clarks sui sampietrini.