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Istemi

Aleksandr Davydov si occupa della promozione di una bibita americana sul mercato ucraino, “un’attività estenuante e di scarso interesse”. È il più anziano della filiale, e contrariamente ai suoi colleghi - “lepri meccaniche da cinodromo” - non nutre il minimo interesse per bonus, premi di produzione e avanzamento di carriera. Un giorno riceve una mail indirizzata personalmente a Sua Altezza Istemi, che ha in allegato il testo dell’ultimatum alla Slovenorussia. E che lo riporta indietro di vent’anni, quando insieme con altri quattro studenti della facoltà di radiofisica di Kiev aveva dato vita a un gioco di ruolo fantastorico. Davydov, che aveva scelto come alter ego il nome di Istemi, era il signore assoluto del Khanato turco di Zaporož’e, mentre i suoi compagni erano rispettivamente a capo del Sacro Romano Impero, della Confederazione Slovenorussa, dei Califfati Islamici Uniti e della Mongolia. Era solo un gioco nato da cinque ragazzi annoiati, ma il loro passatempo aveva attirato l’attenzione del KGB, che li aveva arrestati e sottoposti a due mesi di estenuanti interrogatori. E dopo essere stati rilasciati, le sorprese non erano finite: una disposizione del rettore li informava che erano stati espulsi dalla facoltà “per infrazione sistematica della disciplina accademica”. Il passato torna a far visita a Davydov, e non è per niente un ospite gradito…
Istemi racconta uno spaccato di storia dell’Ucraina lungo vent’anni (la narrazione oscilla tra il biennio 1983-84 e il 2004), durante il quale la perestrojka rappresenta l’inevitabile spartiacque. Il “gioco con risvolti politici” di Davydov e dei suoi amici è un ottimo stratagemma narrativo per rappresentare l’ottusa e kafkiana burocrazia sovietica, personificata dal maggiore Sinevusov, “un uomo tondo giallo e rosa, trasudante olio e veleno”. A un primo sguardo (distratto) l’Ucraina del 2004 sembra aver compiuto passi importanti verso la democrazia, ma basta poco per scoprire che in realtà sono tanti gli elementi di continuità con il precedente regime, su cui ha innestato elementi di capitalismo selvaggio e spietato. Il protagonista scoprirà a sue spese il degrado civile e morale di un Paese la cui classe politica è formata da uomini corrotti che si insediano sulle poltrone “come una muffa su un pezzo di legno marcio”. Al fascino del potere non è immune Kuročkin, l’unico del gruppo ad aver fatto carriera, oggi deputato, e che ha ricoperto anche l’incarico di vicepremier. E non va tanto meglio all’interno di un’azienda come quella dove lavora Davydov, i cui dirigenti parlano citando i manuali della PNL (Programmazione Neuro Linguistica) come fosse il vangelo – gli americani, i proprietari, sono il loro dio – e sono ossessionati dall’“aumento della mungitura”. Pur ruotando attorno a funzionari di regime e servizi segreti, il racconto lungo di Nikitin è molto distante dai cliché della narrativa di spionaggio, non mancando però di riservare qualche colpo di scena nella parte finale. Scritto con uno stile asciutto, Istemi cita e omaggia poeti e romanzieri russi (da Dostoevskij a Puškin, da Tolstoj a Leskov), riformulando in senso ironico alcuni passi delle loro opere. E forse è proprio l’ironia, sembra suggerirci Nikitin, l’unica arma per contrastare l’arroganza del potere e per evadere dalla grigia e opprimente realtà, ridisegnandone i confini.