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Ìsula

isula

La partenza è fissata per una notte di fine settembre. Qualche giorno prima, Francesco e sua moglie Daniela si ritrovano a cena con la famiglia: ci sono gli zii, i cugini, la nonna e la madre. Suo padre no. Suo padre non c’è più e mai come ora Francesco ne sente la mancanza. Una strana angoscia gli prende lo stomaco. Avrebbe il desiderio di raccontare al padre che sta partendo per un’isola che lui, da giovane, ha amato molto. Tutti, a tavola, guardano Francesco e Daniela come se dovessero andare in esilio. In realtà la Sardegna si trova a sole sei ore di nave. Nulla più. Francesco ricorda bene quando, anni prima, al ritorno a Civitavecchia dopo quindici giorni di vacanza in Sardegna, appunto, si ritrova con la sua famiglia sul traghetto. Lui ha sei anni, il mare è agitato e i marinai, sul ponte di passeggiata, cercano di raccogliere l’acqua che arriva con degli asciugamani. Poi riempiono secchi e ributtano l’acqua in mare. Francesco non sposta gli occhi dal viso del padre, che ha un’espressione imperturbabile, mentre la madre e sua sorella Elisa piangono: la prima in modo silenzioso, la seconda con piccoli urli che si insinuano nelle orecchie di Francesco, che avrebbe voglia soltanto di vomitare o singhiozzare. Durante la cena di commiato, Francesco beve due birre da mezzo litro e mangia poco. È anche piuttosto silenzioso, al contrario di Daniela, che invece dialoga volentieri con tutti quelli che sono seduti al loro tavolo. Daniela glielo fa notare spesso, che lui è un tipo che mette in soggezione le persone. Francesco, invece, è convinto che non si tratti di questo. La realtà è, semplicemente, che non ama molto parlare. Preferisce scrivere: è più facile restare entro i margini del foglio e, se si scrivono parole, o interi periodi, errati o inappropriati, c’è sempre la possibilità di cancellare e ricominciare. Quando la serata finisce e Daniela, Francesco e sua madre rientrano a casa, il cane viene loro incontro e si esibisce in manifestazioni di gioia. Francesco si ferma a guardare una cornice, piena delle foto di suo padre, che lui e la sorella hanno regalato alla madre poco dopo la scomparsa dell’uomo…

Non c’è una parola, né un segno di punteggiatura fuori posto in questo diario di viaggio, scritto con una delicatezza e un garbo tali da invogliare il lettore a leggere il breve testo tutto d’un fiato. Francesco Borrasso – scrittore ed editor campano – racconta il suo soggiorno in Sardegna, isola legata a ricordi familiari, che diventa esilio di un’anima che sta lottando contro i propri demoni e, soprattutto, contro un male di vivere dai contorni indefiniti e tangibili insieme. È una specie di confessione quella che Borrasso – per sua stessa ammissione più avvezzo alla parola scritta che alla conversazione – affida alle pagine, ai confini definiti di un foglio sul quale riesce a mettere a nudo sé stesso e i suoi pensieri. La linea di demarcazione tra vita e scrittura si fa evanescente e il lettore viene catturato, quasi magicamente, dall’abilità dell’autore, che lo prende per mano e lo conduce in un viaggio fisico e metaforico insieme; un peregrinare in quelle parti dell’isola sconosciute ai turisti; zone in cui cielo e terra si confondono, così come realtà e fantasia, vita e morte. Borrasso scandaglia la paura, l’incertezza, il mistero della vita, in un racconto – a tratti lirico e denso di poesia – che parla di ricordi, di bellezza, di rimpianto, di amore. Un alone di incertezza sembra avvolgere ogni pagina, in cui la fatica del vivere viene affiancata alla meraviglia e all’incanto della sua quotidianità. Una lettura breve, ma una piacevole sorpresa e un autentico gioiello.