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Ivan il terribile

Ivan il terribile

Roccafluvione, provincia di Ascoli Piceno. Federico, quindicenne altoborghese e figlio di un’artista famosa, nutre una metodica passione per il cinema d’essai e sta già scrivendo la prima sceneggiatura; segnato dalla morte della sorellina, sensibile e colto (legge Proust), Federico è l’opposto della coetanea Sara. Quest’ultima, aggressiva e “racchia”, vive con la madre parrucchiera in una capanna della Forestale; nel tempo libero aiuta Moreno, costretto su una sedia a rotelle, nelle mansioni di un maneggio, dove si prende cura di una cavalla spelacchiata che sogna di far gareggiare all’ippodromo delle Capannelle. È l’incontro con Ivan, diciassettenne spaccone e irresistibile appena uscito dal carcere, a scuotere le loro già sgangherate esistenze. Si dice che Ivan sia uno da cui “stare alla larga”, eppure i due non lo temono, anzi, se ne innamorano all’istante, rispondendogli a tono e spingendolo a svelare le proprie debolezze. Per stargli vicina, Sara si inventa la possibilità di incontrare Mariah Carey, della quale Ivan si dichiara fan: la cantante, in Italia per girare un videoclip, sarebbe infatti amica della madre di Federico. Ecco come nasce il viaggio clandestino che li porterà nella Capitale, dove Sara vuole vedere l’ippodromo e dove Federico dovrà sostenere, suo malgrado, un provino per Amici. Durante il tragitto la loro alchimia sessuale li porterà a scoperchiare il vaso di Pandora tornito dalla comunità di Testimoni di Geova che domina il paese…

Lontano da quel delirante esordio eccellente intitolato Uno in diviso, Ivan il terribile sostituisce all’orrore lynchiano quello concreto fatto di province anonime, famiglie sgretolate e lessici forgiati dalla tv. I protagonisti dispensano riferimenti pop ed edonismo da talent-show: è sufficiente il ricorrente “figlio di sultana” (ereditato da South Park) a rappresentare la cultura imperante, nella quale l’eco delle voci di Homer Simpson e di Maria De Filippi prevarica gli sforzi di qualsiasi educatore. Immancabile, ovviamente, Facebook, ormai raccordo imprescindibile di ogni trama sull’adolescenza: è tramite i social network che le nuove generazioni metabolizzano i sentimenti, spesso a scapito della propria umanità. All’impoverimento culturale sembra inoltre corrispondere un’epidemia di cattiveria. Quasi tutti i personaggi di Ivan il terribile sono mossi dall’egoismo, in primis la madre di Federico, che si incaponisce in un’infantile performance di elaborazione del lutto: “Il mio scopo non è riportare in vita tua sorella, credo di essere stata chiara. Ma diventare lei all’ennesimo grado, così da farne una copia e distruggerla”. E benché sia Ivan a passare per terribile, sono Federico e Sara quelli disposti a distruggerlo pur di conquistarlo. Ivan, in fondo, è solo un disadattato e la cosa più “perversa” che fa è visitare Chatroulette: anche nella lunga scena di sesso tra lui e Federico è il secondo a dominare psicologicamente. La terza fatica di Pierantozzi è magnetica. Trecento pagine coese ed essenziali, piene di invenzioni e con personaggi ben delineati. Ivan il terribile si legge in poche ore, affonda i suoi colpi, intenerisce e intriga, dipingendo con mestiere la passionalità glaciale di un fallimentare ménage à trois. Prevale la forma dialogica, inesorabile nelle chiuse ad effetto e nell’alternarsi dei due io narranti: superate le prime pagine, Ivan il terribile somiglia spesso a una sceneggiatura. Qualche incongruenza nel registro: Federico è un intellettuale e Sara una buzzurra, eppure nessuna distanza intercorre tra lo “sciabordio” (p. 67) del primo e lo “sciacquettio” (p. 68) della seconda. Frettoloso il ritratto della diva pazza. Inoltre, tanto sono ben innestati i déjà vu cinematografici (Billy Elliot, per esempio), quanto le similitudini con i film d’autore risultano un po’ compilative. Nell’insieme, comunque, tutto risulta funzionale e funzionante.