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John Henry Festival

John Henry era un leggendario spaccapietre nero, ma c’è anche chi testimonia che non fosse proprio nero; qualcuno dice addirittura che fosse bianco. Tutti però concordano sul fatto che fosse un colosso con mani grandi come vanghe e muscoli turgidi e che veniva dall’Alabama, nato da qualche parte tra Bessemer e Blackton. La memoria che ne fascia l’eroismo lo vuole uno stakanovista armato di martello e braccia solide. Quando nella costruzione delle reti ferroviarie - verso la fine del 1800 – venne introdotta la prima trivella a vapore, John Henry lanciò una sfida alla macchina. L’avrebbe battuta, avrebbe fatto più e meglio di lei. Avrebbe spaccato più pietre lui col suo martello che lei coi suoi stantuffi e le sue punte. Lo sforzo di superare la tecnologia gli costa la vita, ma gli regala un posto nell’immaginario collettivo americano, nel folklore nazionale, nelle ballate e sui francobolli. Nell’Olimpo dei miti che hanno costruito questo Paese. E proprio per celebrare questa figura mitica (mitologica?) che riecheggia in tutto il West Virginia, nel luglio del 1996 la cittadina di Talcott organizza un festival che onori la memoria ed esalti la storia di John Henry. Per l’occasione, il comitato organizzativo invita un numero imprecisato di figure antropologicamente assortite. Tra di esse spicca J. Sutter, cinico giornalista nero freelance, che appartiene all’incrollabile categoria degli “sbafisti”, cioè quel genere di giornalisti che non si perdono un lancio, un evento, una conferenza stampa al solo scopo di godere dei generosi benefit e buffet che seguiranno e di tutte le opportunità di gratuità che situazioni del genere offrono. A Sutter non interessa assolutamente niente di John Henry, la sua presenza a Talcott serve solo a fargli battere il record di presenzialismo che è in quel momento detenuto da un detestato collega. Durante una cena di benvenuto la sua vicenda si intreccia a quella di Alphonse Miggs e Pamela Street, il primo è un filatelico che vive una relazione complicata con la moglie; la seconda è figlia di un collezionista monomaniaco delle memorabilia di John Henry, al festival perché rosa dalla tentazione di disfarsi di tutta la collezione del padre…

La storia raccontata da Colson Whitehead è affascinante perché ricostruisce - in uno dei fili temporali - la pionieristica costruzione delle prime reti ferroviarie, indaga l’umanità che si è spezzata la schiena per rendere possibile la connessione di spazi immensi, ha messo insieme la realtà della cronaca e l’iperbole della leggenda che ruotano, senza pestarsi i piedi, intorno alla figura di John Henry. In maniera niente affatto sottile c’è lo scontro tra l’uomo e la macchina, il cambio di passo tra la forza umana e la meccanizzazione, il primo abbozzo di tecnologia che man mano è andata fagocitando l’uomo sostituendolo coi robot. John Henry è l’antesignano di una resistenza, quella che Bruce Springsteen nel brano John Henry canta così: “John Henry driving on the right side / that steam drill driving on the left / says, Fore I let your / steam drill beat me down / I’m gonna hammer / myself to death, Lord, Lord / I’ll hammer my fool self to death”. La sua scommessa non è un divertissement, ma una sfida aperta al progresso, una rivendicazione sindacale in un Paese nel quale - ancora oggi - le rivendicazioni sindacali sono poco più che una puntura di zanzara. Il resto, vale a dire le vite minute e infeconde di Sutter, Pamela e Miggs, sono un opulento, cacofonico brusio di sottofondo che alimenta la specularità tra una storia piovuta da un’epoca in cui il peso di un essere umano era misurato in terra e pietre e una storia contemporanea in cui il peso di un essere umano è misurato in tartine al salmone e gin tonic. Eppure, nonostante questo - nonostante la celebrazione e nonostante il soggetto, nonostante il confronto antropologico delle epoche - la scrittura di Whitehead è frammentaria, confusa, nebbiosa. In alcuni punti addirittura vacua, come se girasse a vuoto, non sapesse che direzione prendere. Forse la debolezza sta nella scelta dei molteplici punti di vista, la sovrapposizione plurale delle storie personali dei giornalisti, degli albergatori, della figlia del collezionista con quella in flashback di John Henry, il suo ambiente, le voci che ne hanno costruito il mito. È un saltare continuo da uno sguardo all’altro, da una vicenda all’altra, da un tempo all’altro e l’impianto narrativo è infiacchito da questo incalzante ribaltamento dell’ottica. Se avete apprezzato La ferrovia sotterranea e I ragazzi della Nickel, sappiate che in John Henry Festival non troverete nulla di quanto avete trovato nei due romanzi successivi: né la chiarezza di visione, né la solidità della lingua. Troverete però la scintilla di una vicenda umana che ancora oggi non cessa di vivere, né cessa di modificare se stessa sulle molteplici labbra che la raccontano.