I padri sono un mistero: anche quando amorevoli, o comunque presenze positive, sembrano nascondere un’altra vita, più mentale che reale, sogni irrealizzati da cui si lasciano guidare e che non sanno condividere; anche quando non aderiscono allo stereotipo del padre assente, sanno comunque essere imperscrutabili. È questo il caso di Josef Helfer, padre dell’autrice, uomo attraente con una gamba amputata e direttore di una casa vacanze per reduci di guerra sull’altopiano dello Tschengla, a 1220 metri sul livello del mare. Silenzioso, ossessionato dai libri, “buono, buono davvero”, Josef è un rompicapo che la figlia Monika decide di affrontare ancora una volta, sulla soglia degli ottant’anni, attraverso la stesura di un romanzo, facendo affidamento sulla memoria della sorella. In questo processo, va da sé, l’autrice rievoca anche la propria infanzia nella casa in cui viveva con le sorelle, e poi l’emancipazione, la vita privata e drammi personali come la morte della figlia durante un’escursione, nel 20o3, ma il fulcro di ogni cosa rimane il padre, pur in absentia, anche per via della propensione ad attirare personaggi memorabili o a rendersi protagonista di situazioni grottesche, compresa la propria morte…

Va premesso che Josef (il cui titolo originale è Vati, come il protagonista chiedeva di essere chiamato perché “suonava moderno”) è l’opera di un’artista consacrata in patria, attiva da cinquant’anni, collezionista di premi, autrice anche di libri per bambini e opere teatrali: la completezza del suo profilo traspare da Josef in ogni riga, come quando l’autrice prima ci informa che “i prati erano pieni di fiori coloratissimi” e cinquanta pagine dopo, per rendere vividi i ricordi, non risparmia dettagli da naturalista; oppure nella descrizione di figure marginali, come il giovane di Tubinga, promettente pittore e violinista che in guerra ha perso braccio, gamba e tre quarti dell’intelletto, oppure di Pirmin, “il colosso cieco”, il massaggiatore che conduceva i casi disperati in cantina e “alzava il volume della radio per coprire le urla”; in questi, come in altri casi, Helfer è abile a restituire dignità anche ai camei, dedicando loro micronarrazioni appaganti. Anche l’amore per i libri è ben raccontato, senza la retorica sulla lettura salvifica ma soltanto per quello che è e dev’essere, ovvero desiderio di studio, crescita e conoscenza. Insomma, Helfer è un’autrice a tutto tondo, e ciò che fa con (o in) Josef non è alla portata di tutti: servono talento, mestiere ed esperienza per trasformare la propria esistenza in letteratura senza tentare di spettacolarizzarla. Va chiarito che Josef è il secondo tassello di un progetto autobiografico nato con la pubblicazione di Die Bagage (2020, bestseller nazionale, diventato in Italia I Moosbrugger, a indicare i nonni materni dell’autrice, con un’indiretta suggestione musiliana) e nel frattempo arricchitosi di altri due capitoli, Löwenherz (2022), che affronta la morte prematura del fratello Richard, e Die Jungfrau (2023), incentrato sull'amicizia con una compagna di scuola. Considerato il registro posato e il procedere non lineare, possiamo affermare che tutto il progetto si muova più nei territori di un memoriale frammentario e intimo che in quelli postmoderni di certa autofiction (“più vero che inventato” risponde Monika alla sorella, quando le chiede che natura avrà il romanzo sul padre). Se il compatriota Thomas Bernhard ha operato qualcosa di simile con la sua cosiddetta Autobiografia, senza rinunciare alla propria cifra stilistica, suddividendone i capitoli in base a eventi cruciali e fermandosi prima della carriera di scrittore, Helfer mette sé stessa già scrittrice, nell’opera, senza camuffarsi o proteggersi, mostrando anzi le proprie debolezze come un Carrère meno egocentrico o una Ernaux pacificata, e spostando davvero il riflettore da sé stessa agli altri. Deve sapere, il lettore, che Josef è uno di quei libri pacati, scritti con trasporto e umiltà, che non vogliono affabulare ma soltanto condividere, con il respiro di un antiromanzo e l’accessibilità di una chiacchierata, lo spaesamento che tutti proviamo nel ricordare un caro scomparso e renderci conto che, dopo una vita accanto a noi, è rimasto per molti versi uno sconosciuto.