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Suo padre Guglielmo è seduto a tavola, nel salone. I suoi occhi sono fissi sulla tisana, mentre i suoi pensieri sono sempre concentrati sullo stesso punto, quello che per la prima volta è emerso una mattina di cinque mesi prima, in un appartamento a Nuoro, per proseguire poi dopo la prima visita chirurgica in ospedale. Ora l’uomo si trova a Milano, al primo piano di uno stabile, insieme al figlio Meno e alla moglie. L’edificio è a pochi metri dall’Istituto Nazionale Tumori, dove Guglielmo dovrà essere sottoposto a un intervento. È un appartamento che porta i segni del passaggio, per brevi periodi, di diverse persone accomunate dalla stessa speranza, quella di farcela. Ci sono tubetti di dentifricio nel mobile sul lavandino, sacchetti di zucchero aperti in un pensile della cucina, confezioni di shampoo in bagno. Tra le pagine di Se una notte d’inverno un viaggiatore, Meno trova una vecchia foto. Ritrae lui e i genitori. Sua madre gli fa notare che in quell’immagine lui ha intorno ai cinque anni. E allora sua madre ne deve avere una trentina ed è sposata a quell’uomo da nove anni. La mente di Meno torna agli anni Ottanta e Novanta, quando suo padre indossa perennemente la tuta da meccanico e le mani sporche di grasso. A metà degli anni Novanta, poi, quando Meno di anni ne ha sedici, il padre fa la sua apparizione dietro il campo scuola, ogni giorno dopo il lavoro all’officina, per osservare fiero il figlio esercitarsi nel salto in lungo. Ogni volta Michele, l’allenatore, saluta quell’omone dai folti baffi neri che apre le mani e mostra il fatidico numero sette. Sì, perché l’obiettivo di Meno è saltare sette metri: una speranza per il padre, una certezza per il figlio. Secondo Michele, poi, si tratta di un obiettivo probabile, anche se tende a smorzare l’entusiasmo del giovane ripetendogli spesso “Vola, Meno!”, espressione che, a seconda della presenza o dell’assenza della virgola, si fa incitazione o ammonimento a non montarsi la testa…

La vita è una gara – di salto in lungo, magari – e, come tale, a volte si vince e altre si perde. Quel che è davvero necessario, tuttavia, è la presenza di qualcuno a bordo campo a tifare per noi, a sollevare le mani fino a comporre un numero – un sette o una cifra diversa, non importa - che sia simbolo di una spinta, un incitamento a non mollare, a crederci e a sfidare se stessi, per superarsi. Angelo Mazza, scrittore sardo alla sua seconda prova narrativa, mostra al lettore la vicenda di Filomeno, detto Meno, un insegnante che, in occasione di un viaggio della speranza a Milano per accompagnare l’anziano genitore che deve essere sottoposto a un intervento chirurgico per l’asportazione di un tumore, ripercorre gli anni della propria adolescenza. Meno, negli anni Ottanta e Novanta, è una promessa dell’atletica – del salto in lungo, nello specifico - e il suo obiettivo è quello di saltare sette metri. Supportato dal tifo del padre, il giovane racconta la fatica dell’allenamento e, insieme, quella dei legami familiari, rappresentata innanzi tutto dal complesso rapporto con lo zio Tommaso, l’uomo orso misteriosamente scomparso dalla famiglia parecchio tempo prima. Tra accuse reciproche, bilanci, recriminazioni ed esami di coscienza, Mazza ripercorre il processo di formazione – e trasformazione – di Meno e dell’intera famiglia di appartenenza, confermando come la vita sia null’altro che un campo di gara, in cui le vittorie si alternano alle sconfitte e ogni successo costa fatica e rinuncia. Un racconto interessante e ben scritto, che si fa metafora del percorso umano e spunto di riflessione sulla fragilità e la forza dei rapporti. Una scrittura semplice ma incisiva, che sa raccontare per immagini e cattura l’attenzione. Un’ottima prova; un romanzo che merita di essere letto.