«“Vi prego” supplicai gli dèi, coloro che vegliavano sulla terra del Bharat. “Vi prego, aiutatemi.” Invocai Chandra, dio della luna, Nasatya, dio dei gemelli, e Kubera, dio del nord. “Vi prego, riportatemi mia madre. Vi prego, concedetemi la saggezza di cui ho bisogno in sua assenza”». Quando la radnyi Kekaya viene esiliata dal re Ashwapati, il mondo dei loro figli — Yudhajit, Mohan, Shantanu — e, in particolar modo, quello di Kaikeyi, l’unica femmina, si sgretola. Nessuno a corte conosce il motivo della scelta del raja di Kekaya, fertile terra tra i sacri fiumi Sarasvati e Chandrabagha, ma le voci a palazzo si rincorrono e i muri, troppo sottili, a stento trattengono le verità scomode. La radnyi, secondo la sua unica figlia, non era una madre come tutte le altre: non la consolava quando si sbucciava le ginocchia, né l’abbracciava dopo una lite con il fratello gemello Yudhajit. In compenso, le aveva insegnato a leggere nella sotterranea biblioteca di palazzo e a tracciare i caratteri alla perfezione, fino allo sfinimento. Il premio non era mai una lode, bensì nuove pergamene da studiare e consultare. Ed è proprio una di queste pergamene a cambiare il corso della vita di Kaikeyi: il Piano del Vincolo. «Cerca i fili che ti connettono», diceva. I fili, di diverso colore e spessore, rappresentano i rapporti che Kaikeyi, investita del ruolo di reggente prima che il legittimo erede, Yudhajit, assuma pieni poteri, intesse con la corte a palazzo: servitori, dame di compagnia, cuochi, la famiglia stessa. Ormai adolescente e padrona del dono consegnatole dai fili del Vincolo, Kaikeyi partecipa ai banchetti, alle cerimonie religiose e alla vita di corte, dove scopre quanto poco le donne contino nella politica del regno, ignara del destino che di lì a poco la toccherà. Cresciuta imparando le “arti maschili” grazie all’influenza esercitata su suo fratello gemello, Kaikeyi è a dir poco sconcertata quando una delegazione da Kosala, regno adiacente al suo, arriva a corte. Il re Dasharath, vedovo di una delle sue mogli, cerca una nuova alleanza politica e, di conseguenza, una nuova sposa. Kaikeyi capisce subito di essere la pedina designata: una promessa sposa destinata a un matrimonio strategico. Dopo la celebrazione delle nozze, Kaikeyi parte per Ayodhya, capitale di Kosala, riflettendo sulla perdita della madre, sul rapporto con l’amato Yudhajit e sui mezzi che ha a disposizione affinché libertà e autodeterminazione possano esserle garantite anche così lontano da casa…

L’esordio di Vaishnavi Patel, avvocata esperta in diritti civili, ha la forza di una voce che sa affondare nella memoria. Kaikeyi è un romanzo che vive e fa vivere attraverso le tribolazioni, l’euforia e l’angoscia dei personaggi che popolano questa moderna epopea. La fusione tra mito e introspezione psicologica è la carta vincente di una storia attuale, priva di stereotipi o costrutti ridondanti. In Kaikeyi, infatti, la tradizione epica indiana che prende corpo nel Ramayana viene sovvertita e raccontata in un modo del tutto nuovo e, se possibile, ancora più affascinante. Mentre nel Ramayana Kaikeyi è la figura femminile che causa l’esilio di Rama sotto l’influenza della malvagia serva Manthara, Patel la ritrae ancora più complessa: stratega e idealista, umana e divina, forte e insicura. «Sono nata con la luna piena sotto una costellazione propizia, nella più sacra delle congiunzioni. Eppure, non mi ha portato molta fortuna.» È questo tipo di affermazioni che avvicina il lettore a una visione molto più terrena della storia, sottraendole quell’alone mitologico, talvolta un po’ polveroso, che avrebbe tolto autenticità a una narrazione che merita di essere letta così com’è: incisiva, provocatoria ed estremamente libera. Se da una parte il richiamo al mondo epico è fortissimo grazie all’inserimento di miti e storie tipiche dell’antica tradizione indiana, dall’altra il femminismo che attraversa il romanzo è evidente e intenzionale, a tratti dichiarato, e funge da seconda pelle per una protagonista che ne incarna le caratteristiche più attuali. Kaikeyi è una di noi: eroina e strega, libera e costretta, un palcoscenico attraverso il quale il ruolo marginale delle donne in un mondo profondamente patriarcale emerge con un’eco assordante. Non rivalutiamo solo un personaggio femminile in chiave nuova, ma osserviamo insieme a lei il sistema politico, sociale ed economico che la opprime e che, spesso e volentieri, soffoca anche noi. La consapevolezza con cui Patel scrive, sostenuta da una prosa attenta all’interiorità quanto alle scene d’azione, accompagna il romanzo passo dopo passo, costruendolo lentamente, senza fretta, rendendo la magia persino plausibile. Con Kaikeyi, Patel non riscrive il Ramayana — come è naturale che sia — ma lo reinterpreta dall’interno, sottolineando quanto sia importante, ancora una volta, raccontare storie per restituire voce a chi non l’ha avuta.