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Keibol Black

Futuro prossimo. La Terra è flagellata da piogge acide, intere zone nei pressi delle città sono off limits per le radiazioni mortali, i tassi di incidenza dei tumori volano come gli indici d’ascolto dei reality-show e le case sono invase da schifosi parassiti, i garpili domestici. E da qualche giorno c’è anche in giro una strana epidemia che fa scoppiare il cranio come una bolla di sapone alla gente: nessuno sa come succede, nessuno sa perché. Ma quando la terribile sorte tocca a una sua trombamica con la quale si accingeva a passare una serata allegra, Keibol Black, spietato agente segreto dell’Intelligence, riesce a catturare una strana creatura simile a una sanguisuga dentata che sta scappando nelle tubature del lavandino e la porta in un laboratorio governativo per farla analizzare. La creatura diventa enorme e semina la morte prima nel laboratorio e poi in città, apparentemente immune alle armi da fuoco. Si scopre inoltre che i mostri in circolazione sono addirittura una cinquantina, ma – colpo di scena - un temporale scioglie le creature come burro davanti agli occhi dell’esercito impotente: fiuuuu. Intanto due killer governativi cercano di far fuori Keibol Black e un tecnico informatico dell’Intelligence viene messo a tacere con una pallottola alla nuca: ormai è chiaro che le creature mostruose sono state create in qualche laboratorio dei servizi segreti...

Pubblicato inizialmente come striscia quotidiana sul foglio locale La Crónica de León sul finire degli anni ’80, Keibol Black - opera d’esordio di Miguel Ángel Martín è uno dei fumetti più violenti e iconoclasti mai visti. Il nome del personaggio è un omaggio alla canzone Cables dei Big Black, la band noise di Steve Albini, mentre trame e atmosfere richiamano, almeno inizialmente, i cliché del cinema action di serie B. Ma sin dalle prime avventure (il volume - prima raccolta completa dopo una edizione incompleta della mitica Topolin - raccoglie un triennio di strisce) si fa strada nei plot, nella cura dei personaggi e nei disegni un che di meravigliosamente straniante, di delirante, di gelidamente postmoderno. Il protagonista è l’antieroe per eccellenza: impassibile, inattaccabile dai sentimenti, egoista e pragmatico fino al fanatismo, ha licenza di uccidere e la usa con estrema prodigalità, senza alcuna cura per le vittime, incidentali e non. Donne, bambini, passanti, tutti cadono vignetta dopo vignetta senza alcuna censura o riguardo per il lettore, falciati con inusitata violenza e ancor più spiazzante noncuranza. Il politically uncorrect qui è il punto di partenza per confini ancora più estremi, non un manifesto programmatico che rimane sulla carta come spesso accade. Al centro del lavoro di Martín poi una corporeità cronenberghiana fatta di tumori, cancrene, piaghe, mutazioni, parassiti, viscere, liquidi organici, pustole infette. Questa carne ferita e abusata è resa alla perfezione dal tratto infantile e postmoderno fino all’eccesso del disegnatore spagnolo, che ci regala qui un bianco e nero impossibile da dimenticare, ugualmente facile da amare e da odiare.