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Km 21 - Dove le ciliegie tacevano

Km 21 - Dove le ciliegie tacevano

Adem ha quindici anni, viaggia in piedi, scomodo sul retro di un camion militare stipato a tanti altri uomini. Il rumore assordante lo costringe a tapparsi le orecchie. La polvere della strada lo costringe a tossire, gli occhi bruciano. Si appoggia alla paratia arrugginita che lo separa dal guidatore alla ricerca di un equilibrio meno precario, non sa dove lo stanno portando, né cosa gli succederà. Cerca di capire la destinazione sbirciando da uno strappo del telone del telone del camion, ma l’unica cosa certa è che si sta allontanando sempre di più da casa. È terrorizzato, sudato, sporco, si sente soffocare e l’unico modo per sopravvivere è cercare nella memoria immagini capaci di portarlo lontano. E sono le ciliegie del nonno Salih che si presentano alla memoria, quelle più rosse scelte per sé, quelle più acerbe cedute al cugino, ma anche quelle troppo mature, impossibili da mandare giù, trasformate in poltiglia da tenere in bocca e sputare su bastoni da usare come spade per duellare tra bambini, un gioco di guerra che vedeva vincitore chi a fine battaglia aveva meno segni rossi sul corpo...

La storia di Adem (nome di fantasia scelto dagli autori che rimanda all’uomo primordiale nella tradizione turco-araba e balcanica) è la ricostruzione della vita di un ragazzino bosniaco che nell’estate del 1992 insieme ad altri prigionieri viene catturato nelle comunità rurali attorno alla città di Prijedor insieme a molti altri sventurati. L’idea del libro nasce dopo la visione dei due autori nel 2000 di un documentario trasmesso in seconda serata: lo sguardo di un adolescente terrorizzato non li ha più abbandonati e in loro si è fatta strada la necessità di scoprire la sua storia. La ricerca di informazioni si è protratta per anni partendo dalla ricerca di un possibile tragitto attraverso i villaggi della Bosnia nordoccidentale. Passo dopo passo, grazie alle testimonianze dei sopravvissuti, sono nati i protagonisti di questo libro e le vicende rielaborate nella trama vogliono essere un tentativo (riuscito) di preservare la memoria di storie che ancora oggi rimangono senza nome né volto, “soppresse dalla follia suprematista resa possibile dall’indifferenza” come scrivono gli autori.