Martedì 3 ottobre 2023, nel cortile d’onore degli Invalides, a Parigi, viene reso un omaggio nazionale a Hélène Carrère d’Encausse, a cinquantanove giorni dalla morte. Il sottofondo musicale è dell’orchestra della Guardia repubblicana, tutto intorno bandiere, uniformi e decorazioni. Dentro un recinto quadrato delimitato da cordoni rossi, su duecento sedie di plastica bianca ci sono gli invitati alla cerimonia: la famiglia con i suoi ospiti personali, gli accademici di Francia, i ministri, i rappresentanti delle tre forze armate e le più alte cariche dello Stato. Il sole scompare, la temperatura si abbassa e fa freddo. Ci sarebbero voluti abiti più pesanti, pensano i familiari. Louis-Edouard Carrère d’Encausse è seduto su una sedia a rotelle, avvolto in un plaid. Sembra spaesato, come se a momenti dimenticasse di essere il vedovo: poi, quando lo ricorda, piange. Deve sforzarsi di rimanere lucido in questa cerimonia ufficiale, ci è abituato per le tante volte che ha accompagnato la moglie, anche nella tribuna presidenziale per ogni 14 luglio. Con pazienza saluta chi gli porge le condoglianze. La cerimonia ha inizio. Un reparto di dodici guardie repubblicane entra da sinistra, le prime due portano una foto enorme della defunta in divisa accademica e la posano su un cavalletto al centro del cortile. Chissà che fine farà dopo la cerimonia quella gigantografia? Da destra arriva, da solo, Emmanuel Macron pronto a fare il suo discorso per onorare la cittadina Hélène Carrère d’Encausse…

Emmanuel Carrère con Kolchoz ci racconta sua madre Hélène Carrère d’Encausse, in un libro, come lui stesso dice, pieno di luce. Accanto a lei l’autore ricorda anche suo padre Louis-Edouard, morto nel dicembre 2023, un uomo riservato, ferito, spesso defilato, innamorato di una donna che gli ha aperto un mondo ma allo stesso tempo lo ha tenuto fuori dalla parte più viva della propria esistenza. Hélène Zourabichvili è nata da padre georgiano e madre russo-tedesca emigrati in Francia perché travolti dalla Rivoluzione russa. Come ha ben detto Macron nel discorso commemorativo, nelle sue vene scorrevano quasi tutti i fiumi d’Europa, dal Volga al Reno e nella sua voce risuonavano quasi tutti quegli echi. Carrère racconta di sua madre la parte pubblica e istituzionale. Una donna profondamente credente nella meritocrazia repubblicana francese. Specializzata in storia della Russia, è stata europarlamentare, membro e segretaria permanente dell’Académie française dal 1999 al 2023. Il carattere di Hélène - forgiato fin da piccola, tra rovesci della fortuna e allontanamenti dalla famiglia - l’ha portata ad essere refrattaria all’autocommiserazione e al malumore, dandole capacità di adattamento straordinarie ed un sano ottimismo. La sua regola di vita è sempre stata quella di attenersi al motto «Never complain, never explain» (Mai lamentarsi, mai spiegare): è una frase celebre, spesso attribuita al Primo ministro britannico Benjamin Disraeli, anche se la sua fama moderna è legata alla regina Elisabetta II. Il titolo del libro è importantissimo per Carrère, perché racchiude la grande Storia e la piccola storia. Quando il padre era via per lavoro, Emmanuel e le sorelle, Nathalie e Marina, dormivano nella stanza della madre, intorno al suo letto. Hélène chiamava quel rito “fare kolchoz”. Una parola sovietica, nata per indicare la proprietà collettiva, diventa così il nome di una comunità infantile, raccolta attorno al corpo materno. L’ultima volta che lo hanno fatto è stato nella casa di cure palliative Jeanne-Garnier negli ultimi giorni di vita della mamma. Il racconto familiare intimo è ricostruito da Carrère grazie al meticoloso lavoro di ricerca svolto dal padre Louis, appassionato di genealogia, che aveva raccolto, in silenzio, svariati dossier la vita di sua moglie e della sua famiglia, che l’autore ha trovato dopo la sua morte. Per Carrère la Russia è sempre stata una lingua interiore, ricevuta dalla madre più che imparata, nutrita da Dostoevskij, da Čechov, dai viaggi e dalle ossessioni letterarie. L’indulgenza di Hélène per una Russia si incrina dopo il 24 febbraio 2022. Esce devastata per il grande errore di giudizio fatto su Putin non poteva pensare che avrebbe invaso l’Ucraina; invece lo ha fatto, noncurante delle regole della Realpolitik. Tra i tanti aneddoti di vita che ci sono nel libro ricordiamo la passione per il cinema. Spesso mamma e figlio ci andavano insieme e nel 1970 guardando Il giardino dei Finzi Contini uno degli ultimi diretti da Vittorio De Sica, Emmanuel ha visto il suo primo seno nudo, quello di Dominique Sanda, per di più con la mamma a fianco. Carrère chiude gli occhi a Hélène, e da quel gesto comincia davvero il lavoro del libro, riprendendo gli appunti che aveva preso nei dieci giorni di degenza della madre. Definirsi orfano lo trova ridicolo alla sua età, è più che altro un cambio di posizione e di sguardo verso le cose e i sentimenti. Questo riverbera in Kolchoz, scritto con uno stile maturo e profondo, ben lontano da stramberie o eccessi. Dai genitori ha preso tanto Emmanuel Carrère e come lui stesso afferma: “la vita con me è fatta di montagne russe e sabbie mobili... sono il volto di mia madre che si gira senza appello da un’altra parte, sono la disperazione senza fondo di mio padre”.