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La ballata della Città Eterna

La ballata della Città Eterna

5 marzo 1870, Olengo, Regno d’Italia. Nel cortile del Regio Istituto di San Michele Arcangelo sono schierati i “cento merdosi e miserabili ragazzini” ospiti dell’orfanotrofio. Tante piccole teste sporgono dalla fila, pregano di essere baciate dalla fortuna in questo giorno speciale: la Contessa Silvia di Boccamara e suo marito Ippolito Odìn stanno per scegliere tra gli orfani dell’istituto un ragazzo da adottare. Solo uno dei ragazzi, poco meno di sedici anni, un ciuffo biondo e spettinato sulla testa, guarda dritto di fronte a sé stringendo i pugni. Il suo nome è Pietro, ma per l’istituto è solo un numero, il 19/03. Troppo magro, alto, restio a seguire le regole. Per questi motivi è già stato scartato tante volte. La Contessa si ferma proprio di fronte a lui e lo fissa con i suoi penetranti occhi viola. “Prendiamo lui”, dichiara. Il ragazzo stenta a crederci, vorrebbe ridere, urlare, piangere. Finalmente è stato scelto. Non è più un orfano. La Contessa gli chiede di mostrare i denti. Pietro obbedisce, scopre i denti ma non riesce a resistere: inizia a nitrire come un cavallo, scatenando l’ilarità degli orfani... Primi di marzo 1870, Pomposa, Regno d’Italia. Da sempre il circo Callari, famoso per i suoi numeri con i cavalli, percorre in lungo e in largo la penisola italiana. È “una nazione a sé”, il Callari, che ha visto l’Italia governata dagli europei, l’impresa garibaldina, la dichiarazione del Regno d’Italia da parte dei Savoia. La lenta e coloratissima carovana del circo si accinge ora a entrare in una regione da pochi mesi italiana. In coda alla carovana siede a cassetta su un carro Marta, una ragazza di quindici anni. Accanto a lei un uomo di sessant’anni, rughe sul volto profonde come cicatrici, un sigaro di trinciato forte e maleodorante stretto tra i denti. Il suo nome è Melo, un tempo faceva il numero con i cavalli e nessuno nel circo lo ha mai eguagliato in bravura. È lui che si è preso cura di Marta sin da piccola. Ma ora la ragazza si sente a disagio al suo fianco, prova confusione e dolore perché finalmente ha scoperto la verità sulle sue origini. L’ha capito dopo aver sentito un pianto leggero provenire da uno dei carri. Marta non si è mai sentita parte del circo, non è mai riuscita davvero ad integrarsi in quella bizzarra famiglia e ora sa perché. Lei è arrivata al circo come quella bambina che adesso sta piangendo in un angolo del carrozzone, chiamando la madre. Anche lei è stata rapita...

Amore, guerra, passione, Storia si incontrano tra le pagine dell’ultimo romanzo di Luca Di Fulvio, romano classe 1957, attore diplomatosi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, scrittore e sceneggiatore, tra gli autori italiani più letti in Germania – grandissimo successo ha trovato in quest’ultima il suo La gang dei sogni (Mondadori, 2008). In una Roma di fine Ottocento bellissima e rivoltante, città di preti e prostitute, di meraviglie e miseria, una “polveriera” in attesa di esplodere – il che avverrà, come noto, il 20 settembre 1870, con la Breccia di Porta Pia e l’annessione della città al neonato Regno d’Italia – si incontrano le strade dei due giovanissimi protagonisti. L’orfano Pietro, che vede svanire in un istante la speranza di una nuova vita e deve ricominciare da zero, in fuga da quello stesso Regno d’Italia che per Marta incarnerà la possibilità di avere finalmente qualcosa di “pieno” e significativo in cui credere. Nei sei mesi precedenti la liberazione di Roma nascerà tra loro un amore tenero, cui farà da sfondo e tramite una Città Eterna che accoglie e respinge con violenza. Un’ambientazione che ben si presta, nell’ottica del romanzo, a incarnare le pressioni economiche, politiche, sociali del tempo, forti chiaroscuri che il giovane Pietro sceglierà di documentare con la sua macchina fotografica (una piccola licenza, come dichiarato dall’autore nella nota finale; all’epoca dei fatti narrati non era ancora possibile scattare immagini in sequenza). Di Fulvio è narratore d’esperienza e si vede, la sua prosa ha ritmo e intensità. Sebbene talvolta la ricerca dell’effetto emotivo risulti quasi eccessiva e qualche svolta decisiva del plot appaia più classica e prevedibile, il meccanismo narrativo congegnato dall’autore si srotola senza sbavature, consegnando al lettore una storia godibile, ricca di personaggi ben delineati e sfaccettati – particolarmente riusciti alcuni co-protagonisti, come il burbero cavallaro Melo, l’indomita Contessa e l’Albanese, spietato “malacarne” romano, dotati di una propria compiuta linea narrativa – che trovano il loro posto nelle pieghe della Storia e nelle fila di tutti quei fratelli, “carne italiana”, che hanno lottato fino al sacrificio di sé per realizzare un grande ideale comune. Gradevole il cameo/omaggio finale, dedicato a uno dei più indimenticabili personaggi–simbolo della romanità.