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La bambina che non doveva piangere

La bambina che non doveva piangere

Nole Canavese, settembre 1933.Giuseppina Gugliermetti, figlia di un artigiano del legno e di una operaia tessile, tiene tra le braccia la piccola Ada, nella cucina della casa che divide con il marito Giuseppe Tibaldi e con le altre due figlie: Maria, di cinque anni, ed Elisabetta, che di anni ne ha appena due. Giuseppina non molla la piccola un istante, perché il dottor Camerini, che l’ha operata al labbro leporino, l’ha ripetuto tante volte quante sono le Ave Maria del rosario: la bambina non deve piangere, altrimenti la cicatrice si apre e sono guai. Ma la piccola Ada, come ogni bambino, quando ha fame piange. Ed ecco allora che Giuseppina si fa in quattro. Mentre Giuseppe lavora in fabbrica alla Magnoni &Tedeschi, lei deve pensare alla cucina, al bucato, alla spesa, alle pulizie e alle figlie. Ci sono le più grandi da accudire, ma soprattutto Ada che, appena si lamenta, deve essere calmata. La mamma si precipita alla culla e le dà il latte con un cucchiaino, ma a volte la piccina piange e il labbro superiore si riapre, con grande disperazione di entrambe i genitori. Ada impara a camminare quando ha da poco compiuto un anno e, a tre anni, vuole fare tutto da sola: saprebbe anche allacciarsi le scarpe, se ne possedesse un paio con i lacci. In realtà la piccolina ama camminare scalza in estate e con un paio di zoccoli durante il resto dell’anno. Arrivata ai quattro anni d’età, poi, sa apparecchiare la tavola, attenta a non fare cadere i piatti, e passa le mollette alla mamma quando stende i panni. Alla sera non ha mai sonno e sembra che tutta l’energia della giornata sia di nuovo a sua disposizione: Ada si rotola per terra, corre, salta e non ne vuole sapere di andare a letto. Il papà deve trattenersi per non scoppiare a ridere e tocca sempre alla mamma, alla fine, darle una sculacciata, prenderla di peso e portarla al piano di sopra, nella stanza da letto che condivide con le sorelle. Ada è la più vivace delle femminucce Tibaldi: le piace tanto scherzare ed è proprio questa la caratteristica principale che trasmette poi al figlio Walter...

La bambina che non deve piangere è costretta – che paradosso! – a diventare una donna che piange tanto da morire sopraffatta dal dolore. La bambina che scherza, ride, gioca con le sorelle e ha sempre il sorriso dipinto su quelle labbra segnate da una cicatrice, sarà la stessa donna i cui occhi dovranno assistere alla più feroce delle morti, quella del proprio figlio. La donna impegnata attivamente nel sociale e nelle lotte per i diritti dei lavoratori, sarà la madre che seguirà il cammino politico del figlio, ne vedrà l’ascesa e la caduta, l’inizio e la fine. Giuseppe Culicchia, dopo aver già affrontato l’argomento nel suo precedente lavoro, Il tempo di vivere con te, torna ad occuparsi di Walter Alasia, il brigatista ucciso nel 1976, e lo fa raccontando, questa volta, la figura della madre del giovane: Ada Tibaldi, donna coraggiosa, gonfia di vita e di ideali. Culicchia racconta una complicità che intenerisce: l’amore per la musica e per alcuni ideali politici si intrecciano alla vita di una madre e di un figlio che sanno scherzare insieme e alimentare le reciproche passioni. E quando il figlio entra nelle Brigate Rosse, la madre è rosa dall’incertezza: non sa decidere se denunciare il figlio o appoggiare ogni sua scelta. L’epilogo di questa vicenda è cosa nota: Walter viene ucciso dalle forze dell’ordine subito dopo aver a sua volta fatto fuoco contro un maresciallo e un vicequestore, ferendoli a morte. Ada sopravvive al figlio. Saranno otto anni di calvario, di un dolore cupo e nero come il fondo di un pozzo; novantasei mesi in cui le scene di quella maledetta sera continueranno a girare in loop nella testa della donna; una successione di giorni lunghissimi, in ciascuno dei quali una madre disperata morirà un po’. Una scrittura potente e diretta, che rivela un profondo e attento lavoro di ricerca; una vicenda struggente nella quale due piccole storie si amalgamano alla Storia e insegnano che ogni situazione, ogni evento, ogni realtà, hanno radici lontane, dalle quali traggono origine e nelle quali continuano ad alimentarsi.