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La bambina dagli occhi d’oliva

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Venti secondi. Trenta al massimo. Questo il tempo che lo “scanner interiore” di Sandro Tanzi ci mette per soppesare i mostri, gli zombie che giorno e notte popolano il centro scommesse Winner, attività che ha ereditato da suo padre, passando in mezza giornata da disoccupato a padrone. Un tempo sufficiente per capire la pericolosità o meno del suo interlocutore, di quelli che da anni vede da dietro il suo vetro antiproiettili, deformato dall’avidità sorda delle proprie frustrazioni. Ha imparato col tempo a non farsene sopraffare, però. Nonostante le dodici ore passate lì dentro, una volta ritrovata la solitudine della sua casa - ereditata anch’essa dai suoi genitori - tutto torna nella norma, compresa Alexa che gli dà il bentornato, comprese le visite regolari alla casa di cura in cui ha deciso di ricoverare sua madre dopo il peggiorare dell’Alzheimer. Di salute a sua memoria i suoi genitori non sono mai scoppiati, in effetti. Ricorda continue visite, ricoveri, ispezioni, un fatto questo vissuto come una menomazione, un’amputazione della libertà, soprattutto con l’approssimarsi dell’adolescenza. Ecco perché dopo la morte di suo padre non aveva fatto una piega nel decidere chi doveva occuparsi di sua madre – l’Alzheimer alla fine era stato un miracoloso alibi – affidandone le cure prima al buon Farouk, un ragazzo indiano scelto da sua madre stessa come aiutante e ora alla casa di cura Nuove stagioni. Questo il regolare metronomo esistenziale della sua solitaria esistenza. Questo fino al giorno in cui quell’irresistibile profumo sulle scale del suo appartamento non lo conduce al settimo piano…

Una storia nera, nerissima raccontata però con estrema delicatezza e sensibilità questa di Davide Grittani, capace come pochi di sbattere in faccia al lettore il baratro insondabile e insostenibile delle nostre più cupe aberrazioni, senza sconti, senza scappatoie consolatorie, perché l’animo umano è anche questo, un mix di egoismo, perversione, sensi di colpa, soprattutto estrema solitudine. E, chi più chi meno, tutti alla fine sono colpevoli: l’indifferenza, il girarsi dall’altra parte, l’omettere, sono tutti meccanismi difensivi che i personaggi mettono in pratica essenzialmente per non avere il coraggio di fare i conti con se stessi. Almeno fino al momento in cui la sottile carta da parati delle nostre menzogne non viene squarciata, magari grazie ad un inebriante e magnetico profumo e il passato ci esplode inesorabilmente tra le mani vomitando all’esterno tutte le nostre miserie, senza possibilità a quel punto di salvezza alcuna. Un romanzo potente, che non ti lascia via d’uscita, a suo modo brutale come lo sono spesso le nostre meschine e misere menzogne.