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La bambina di vetro

La bambina di vetro

Charlotte O’Keefe è una donna realizzata: è una apprezzata pasticciera, è madre di Amelia, nata da una precedente relazione, e moglie di Sean. A coronare la sua felicità manca tuttavia una figlia che tarda ad arrivare. Decide così di parlarne con Piper Reece, sua migliore amica e ginecologa. Quando meno se l’aspetta, finalmente la gravidanza si annuncia con i soliti disturbi; Charlotte è al settimo cielo e con lei anche Piper, che la segue durante i normali controlli di routine. Tuttavia, per un errore diagnostico, la bambina di Charlotte nasce con la osteogenesi imperfetta, una grave malattia che rende le ossa fragili come cartilagine e soggette a fratture anche a seguito di minimi contraccolpi, compreso il parto. I primi cinque anni di vita per Willow, la piccola, sono una continua serie di interventi chirurgici per fratture gravi, ingessature, terapie e fisioterapie per tamponare il decorso della malattia che, purtroppo, è inarrestabile nella sua evoluzione. Durante una vacanza a Disneyworld, Willow ha un incidente grave ma all’ospedale in cui viene ricoverata – in mancanza dell’incartamento attestante la malattia inavvertitamente dimenticato a casa – Charlotte e Sean vengono arrestati per maltrattamenti sulla piccola e Amelia affidata a una famiglia. Per Sean, poliziotto integerrimo, è un affronto troppo grande da sopportare e così decide di intraprendere una battaglia legale contro l’ospedale. Sentiti gli avvocati gli O’Keefe scoprono però che per vincere la causa l’unica soluzione è muovere una accusa contro Piper Reece per nascita sbagliata, il che significa dichiarare che Willow non avrebbe mai dovuto nascere. Sean, a questo punto fa marcia indietro, ma non è così per Charlotte…

Handle with care, maneggiare con cura: è questo il titolo originale dell’ultimo libro di Jodi Picoult. Un titolo decisamente più azzeccato rispetto a quello proposto nelle versione italiana, perché sta proprio qui l’essenza attorno cui ruota tutta la storia. Cura intesa come attenzione, dedizione e delicatezza nell’assistenza di cui Willow ha bisogno nel timore che una presa troppo stretta o un minimo sbaglio possano incrinare le sue fragili ossa, e cura come diligenza morale per le implicazioni di qualsiasi ordine e grado che una causa per ‘nascita sbagliata’ a scopo di semplice risarcimento economico impone. Charlotte si rivela così una di quelle madri ambivalenti che pensano di fare il meglio per i propri figli, senza tuttavia valutare in profondità le conseguenze che una azione, condotta con avventatezza, possono ingenerare. Charlotte ama Willow, di un amore totale a volte perfino accecante – che la porta a trascurare le richieste della figlia maggiore che andrà incontro a problemi di bulimia e del marito che chiederà il divorzio – tanto da non sapere, da non potere rinunciare a lei dopo e nonostante cinque anni di notti insonni, di paure, incidenti, preoccupazioni e difficoltà di qualsiasi sorta. Quella bambina è la sua vita, non vi è dubbio, eppure il suo amore di madre la spinge a far causa alla propria ginecologa e amica per non aver saputo diagnosticare la malattia ancora in utero (alla diciottesima settimana), la chiama ad alzarsi in tribunale e a dichiarare davanti a una corte: “Se avessi saputo che Willow sarebbe nata malata, avrei interrotto la gravidanza” solo per questioni economiche. Vile denaro contro l’amore. Charlotte nel suo smisurato affetto, in parte egoistico e mosso dal suo personale volere, non ha adeguatamente soppesato che prima di essere disabile, Willow è una bambina dotata di una intelligenza sopra la media e superiore ai suoi 5 anni di età, dai modi gentile, dal visino triangolare e sorridente, caparbia, ostinata, con una grande forza di volontà ed una soglia del dolore inimmaginabile anche quando le sue fratture, le più gravi, le colorano le pupille di azzurro e le fanno perdere conoscenza. Al suo risveglio, per Willow, tutto è tollerabile ed è pronta a ricominciare e a credere che prima o poi, con gli ausili necessari e i progressi della medicina, potrà anche lei condurre una vita quasi normale e fare ciò che, più o meno, compiono tutti gli altri bambini. È questa la sua unica gelosia, il grande rammarico di Willow: non potere partecipare pienamente alla vita, restare dietro i vetri a guardare e sentire su si sé gli sguardi di coetanei ed adulti che la scrutano con compassione, come uno strano fenomeno quando è avvolta nei suoi gessi o nello “spica cast”. Per quegli ausili Charlotte combatte, per questioni in fondo pratiche e materiali che con rinunce, sebbene pesanti, avrebbero potuto comunque fare parte della vita di sua figlia. Come può invece Willow, nella sua mente di bambina che si addossa molte colpe e tante delle infelicità familiari, tollerare il rinnegamento (al suo animo incomprensibile) dell’amore della madre? Il dolore è più forte di una frattura, quel tipo di dolore non lo si cicatrizza facilmente neppure dopo impacchi di carezze e di parole sussurrate a fior di labbra per raggiungere il cuore di chi è capace o deve sentire. Come può una bambina, come Willow, comprendere che quel mentire è per il suo bene, per una vita futura che non sa neppure se mai potrà vivere? Come può una madre accettare il peso delle parole di una figlia che le chiede sommessamente e con disperazione negli occhi e nel cuore di non mandarla via o di non rinunciare a lei? Sono tanti gli interrogativi che affiorano alla coscienza del lettore e di Charlotte e che alla fine troveranno risposta in una lauto assegno rimasto a giacere sul frigorifero e in un finale (forse, ma non troppo) inaspettato.

LEGGI L’INTERVISTA A JODI PICOULT