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La bambina numero otto

La bambina numero otto

New York, 1919. Rachel Rabinowitz ha quattro anni ed è legatissima a suo fratello Sam che di anni ne ha due in più. Una giornata come tante si trasforma all’improvviso nell’inizio di un incubo per i due bambini quando la loro madre muore in una tragica circostanza e il padre li abbandona al loro destino. Esiste una buona assistenza per gli orfani ebrei ma la regola vuole che il maggiore vada in orfanotrofio e la piccolina nel brefotrofio, ovvero nell’Istituto Ebraico nel Lower East Sode di Manhattan, dove Rachel aspetterà a lungo che Sam mantenga la promessa che le ha fatto quel brutto giorno e la venga a riprendere. Poi si rassegnerà a giorni tutti uguali di solitudine e dolore. New York, 1954. Rachel adesso fa l’infermiera in un istituto per anziani, al quarto piano, dove ci sono pazienti in fase terminale, e ha una vita tranquilla e regolare, benché sia costretta a tenere nascosta la sua vita privata e tutti la credano sola. Un giorno portano su una donna assai malata, ha solo sessant’anni ma il tumore alle ossa non le lascia ormai molto tempo; il dolore terribile le dà tregua solo grazie alla morfina, ma poche smancerie! e che la si chiami Dottoressa Solomon, come le spetta, e non per nome. Il destino, evidentemente, non ha ancora finito con Rachel: quel nome fa scattare qualcosa nella sua memoria e d’un tratto dal passato sembrano tornare in vita fantasmi che ormai erano confinati agli incubi della notte. Mildred Solomon era la dottoressa che nei suoi ricordi di bambina l’aveva curata quando, evidentemente, era malata, anche se lei non se ne ricorda. Ricorda invece che la dottoressa sottoponeva lei, più degli altri bambini, a cure particolari e che addirittura lei si sentiva una privilegiata perché quell’attenzione era la cosa più vicina ad una forma di amore e interesse concessa in quel luogo. Ma, mentre i ricordi riaffiorano, la donna si rende conto che quella era soltanto una illusione infantile e che l’interesse della dottoressa non era tanto diverso da quello possibile nei confronti di un topolino di laboratorio, o addirittura da quello di Mengele per i bambini nei campi di sterminio in Europa. Ai quali lei e la sua famiglia erano scampati per puro caso. All’epoca, quando affermarsi come medico per una donna era difficilissimo, Mildred Solomon semplicemente era una giovane ambiziosa e desiderosa di primeggiare sui colleghi maschi e aveva accolto come una benedizione avere a disposizione quel “materiale”, come chiamavano gli orfani, per sperimentare gli effetti dei raggi X da poco scoperti da Madame Curie. Rachel ha fatto i conti tutta la vita con una alopecia definitiva che ha segnato pesantemente soprattutto la sua adolescenza, e proprio nei giorni a contatto con Mildred Solomon capisce che forse non è quella la cosa peggiore che la ha lasciato in sorte l’esperienza del brefotrofio. Da quella donna spietata, che è lucida e ricorda ogni cosa tranne il nome di quella bambina – perché non l’ha mai saputo, per lei era soltanto “la numero otto” –, vorrebbe almeno una parola di pentimento. In alternativa le resterebbe la vendetta, ora che la vita di quella donna indifesa e sofferente è nelle sue mani…

Una storia di abbandono, di vendetta, di riscatto, di perdono, di tradimento, e ancora di ambizione spietata, di questioni etiche, di pieghe negli eventi della storia, di rivendicato diritto all’amore. Questi e probabilmente altri ancora i temi portanti o solo sfiorati nel romanzo d’esordio di Kim van Alkemade, insegnante di scrittura creativa presso l’Università della Pennsylvania. 100.000 copie vendute in poche settimane negli USA e un buon successo anche all’estero per un libro che ha un grande pregio, quello di rivelarsi qualcosa di molto diverso rispetto a ciò che il lettore si aspetta. La trama, infatti, comunque raccontata, non riesce a dare conto reale delle sfaccettature che possono colpire chi legge, a seconda della sensibilità. C’è chi aggiungerà un tassello alle sue conoscenze storiche, chi si indignerà per le condizioni di vita negli orfanotrofi (sempre desolanti anche nella migliore delle situazioni possibili), chi porrà l’accento sulla difficile questione etica della sperimentazione scientifica che prevede di “sacrificare” i più deboli per un, possibile, beneficio della comunità umana, chi ancora ci leggerà una bella storia di speranza e riscatto, chi una storia d’amore contro ogni convenzione e nata proprio dove per l’amore spazio non ce n’è, chi una lotta all’ultima emozione tra vendetta e perdono. Interessante sapere che lo spunto per il libro nasce da fatti veri, emersi quando nel 2007 l’autrice iniziò delle ricerche sulla storia della sua famiglia, soprattutto per quello che riguardava l’orfanotrofio ebraico di New York dove suo nonno Victor Berger aveva vissuto. Si era così imbattuta in un documento che approvava l’acquisto di otto parrucche per bambini affetti da alopecia, ammalatisi in seguito a trattamenti con raggi X effettuati negli anni ’20 da una dottoressa dell’istituto. Nel romanzo l’assunto è che questo fosse in certo modo “giustificato” dal poter così “ripagare” – di fatto con la loro vita – chi si era assunto l’impego di prendersene cura. Nondimeno, spesso si sottolinea che, alla fine, non ci fu nemmeno un reale e valido contributo alla scienza. L’autrice utilizza due piani temporali alternati, uno che riguarda l’infanzia della protagonista e uno il suo presente, quest’ultimo narrato in prima persona. Tra tutte le riflessioni possibili, utile è rendersi conto che spesso guardare negli occhi i fantasmi del passato significa venire a patti con ciò che è stato e non si può cambiare e capire che rifugiarsi nella vendetta procura soltanto altro dolore. Nel mentre, emerge la speranza – come capita alla piccola Rachel – di poter incontrare nelle sventure anche poche belle persone, capaci di mostrare l’azzurro in un luogo come un campo di concentramento. Ed ecco che così si finisce per accettare la vita con tutte le sue infinite possibilità. E una volta ci si trova a pensare su brani così: “A volte mi chiedo se esiste un limite di dolore che gli esseri umani sono capace di infliggere ai propri simili” osservai, rivolta a Sam. “No” replicò “non c’è limite”. Altre invece su conclusioni un po’ diverse:” Fino a una settimana prima ero convinta che le persone si dividessero in due gruppi, coloro che infliggevano dolore e coloro che erano destinate a soffrire. Ora sapevo che chiunque poteva passare alla sponda opposta, non era un destino ineluttabile. Basta attraversare un ponte pericolante”. Una lettura piacevole, che scorre velocissima tra dolore e speranza.