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La bambola decapitata

La bambola decapitata

L’esistenza di Chiara, giovane giornalista, è dominata dall’amore patologico per suo padre. Vivendo distrattamente i suoi rapporti con l’altro sesso, Chiara fa di tutto per boicottare le storie di suo padre con le numerose amanti che il piacente uomo di mezza età colleziona. L’ultima, una bulgara dal fisico prorompente, le sembra particolarmente insidiosa, e allora Chiara architetta un piano intricato...

I complessi edipici rappresentano spunti narrativi efficaci, potenti e dalla prestigiosa tradizione. Per il suo romanzo d’esordio, si affida a questo antico archetipo della cultura umana Helga Schneider, tedesca di nascita e italiana d’adozione, destinata in seguito a raggiungere la meritata notorietà presso il grande pubblico grazie alla sua struggente saga autobiografica berlinese. Chi ha imparato ad apprezzare il suo modo inimitabilmente vero ed emozionante di raccontare la Seconda guerra mondiale resterà spiazzato e, ammettiamolo, molto deluso da questa incursione tra ‘la bella gente’ dei primi anni ’90, tra viziate rampolle che fumano le light, rampanti professioniste abbronzate e panterate, cene, viaggi e rendez-vous amorosi tra un consiglio d’amministrazione e l’altro. Tra le righe si intuisce un talento inespresso, il tentativo probabilmente artificioso (comunque fallito) di strizzare l’occhio ad un pubblico più avvezzo al disimpegno, e questo nonostante il background personale della Schneider, il suo vissuto, la sua memoria, che pochi anni dopo l’uscita di questa acerba opera prima avrebbero rotto gli argini e ci avrebbero regalato una sfilza di capolavori. La bambola decapitata rimane una curiosità, una chicca per collezionisti: è sempre affascinante assistere ai primi passi, seppur incerti, di una delle voci più intense ed importanti della narrativa italiana.