Salta al contenuto principale

La bellezza che uccide

La bellezza che uccide

L’uomo si trova di fronte a un’alternativa: indossare la faccia di Socrate – “sofferente, con i suoi affanni” – o quella del maiale – “un grugno ben fatto secondo le severe regole dell’estetica”. Da bravo impostore, troverà una ingegnosa soluzione al dilemma... L’Élite al potere dello Stato X non sa come affrontare la crisi. Troppi mendicanti, saccheggi, omicidi. Bisogna trovare una soluzione una volta per tutte. Finalmente l’Élite giunge a un compromesso: reprimere, “attraverso l’arte di qualsiasi genere, i sentimenti di tutti i cittadini dello Stato X”... Il piccolo Luli sta sempre per conto suo. Gli piace sedere sul portone della scuola e scaldarsi sotto i raggi del sole autunnale. Osserva gli stivali luccicanti dei compagni, poi le sue scarpe sfondate... “Te la dia il Signore!”. Il mendicante non sopporta questa risposta, è una presa in giro: il mondo non si cura di lui, di certo non lo farà il Signore... Una terribile tempesta ha fatto crollare gli idoli, che ora giacciono a terra, acefale mostruosità. Le folle sembrano impazzite: ora che gli idoli sono crollati, chi potranno adorare? In chi potranno credere?... La notte è buia e gelida, tutto sembra di cristallo. Nella capanna brillano rosse le fiamme del focolare acceso. Una famiglia si stringe attorno al fuoco per sopravvivere al gelo... Il cuore di Oso Bakalli freme di sdegno. È tutto vero quel che dice il giornale: le donne potranno togliere il velo. Meglio la fine del mondo... Non c’è lavoro per Kola. Ha chiesto a chiunque, al signor Filip, al signor Lorja, ma nessuno ha bisogno di lui. Un altro giorno senza lavoro, un altro giorno senza pane per il piccolo Lili...

Approda in Italia, grazie all’editore Besa e al finanziamento del ministero della Cultura Albanese, la prima traduzione in italiano delle prose di uno dei più importanti poeti albanesi del Novecento, Migjeni – pseudonimo di Millosh Gjergj Nikolla. Scritti originariamente in ghego, antico dialetto albanese – lodevole e degno di nota, in tal senso, l’ottimo lavoro della traduttrice Adriana Prizreni – i racconti di questa raccolta paiono andare in crescendo, tanto nella lunghezza dei testi, prima brevissimi, via via più distesi e narrativi, quanto nei contenuti contraddistinti da una sempre più spiccata e intima tragicità. “Abbozzi, tracce, brandelli, graffi”, così definisce Raffaele De Giorgi nell’introduzione al volume questi stralci di vita quotidiana, queste pagine che raccontano di dualismi (emblematici i racconti d’apertura Socrate sofferente o maiale appagato?, O... O..., Tragedia o commedia?), di miseria (il “ritornello” che risuona per le strade della città: “Signore, signore, ti prego signore, dammi qualcosa!”), di idolatria e ipocrisia. Di sofferenze senza colpa, anime disperate (un bambino con le scarpe rotte, una giovane montanara costretta a vendere se stessa, la morte che ineluttabile si annuncia tra i morsi della fame) immerse in un paesaggio ruvido, bello e spietato – come nel breve racconto che alla raccolta dà il titolo mortifera sarà la bellezza, candida e cristallina, della montagna di notte. Una prosa asciutta, schietta, immediata, che si sviluppa attraverso frasi lineari, a volte sospese come sospiri spezzati, intrise di amaro sarcasmo. Davvero incisiva nella sua apparente semplicità la voce di Migjeni, che emerge – pur brevemente: il poeta di Scutari morirà a soli 27 anni a Torre Pellice, in provincia di Torino, debilitato da una grave tubercolosi – in un periodo di rivoluzioni epocali, in Occidente come in Oriente, e lo fa con una sensibilità in grado di intuire l’“inaccessibile limite della bellezza e dell’orrore” di una regione segnata da secoli di oppressione e da antichi, stantii, immutabili costumi (si dirà per bocca del giovane Nushi, protagonista del racconto Lo studente torna a casa: “società, cambia le tue forme! Liberati dei tuoi abiti antiquati!”) e di cogliere, al contempo, le ombre e le ambiguità dei primi atti del Secolo breve.