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La belva nel labirinto

La belva nel labirinto

Milano, giugno 1986. Pepp Lombardi, idraulico in pensione, si scatena coi lenti al Miradatango, ex Circolo Ferrovieri. Da quando è rimasto vedovo va a ballare ancora più volentieri. E proprio mentre il suo deludente e noioso nipote, che si è scarrozzato appresso e che continua a sbadigliare, gli sta dicendo che ha sonno, incrocia “due fanali verdi, un vestito rosso, una pantera nella balera” e nonostante “un poco acerba di pere” decisamente non vuole lasciarsela scappare. Anche Gabrielita lo nota, e iniziano a ballare stretti stretti, sotto lo sguardo invidioso e un po’ infastidito per lo spettacolo delle altre coppie. Liquidato il nipote con ventimila lire per il taxi, l’ignaro Pepp si dedica a Gabriela – ragazza seducente, dalla pelle color melassa e felini occhi verdi ma solo di notte, perché di giorno invece è Gabriel, giovane maschio di tutto rispetto. E una volta fuori dalla balera, per concludere la serata in un luogo appartato lei gli ruba un bacio languido e appassionato, poi si sfila i tacchi rossi e inizia a correre. Mentre lui si accorge che oltre al bacio gli ha rubato anche il portafogli, le corre dietro, ma urta un’auto parcheggiata, scivola e cade. Si rialza sentendosi sprovveduto, ma in un attimo il sentimento di stupidità passa in secondo piano quando si accorge che sul sedile dell’auto urtata c’è un cadavere…

Nono romanzo della serie dedicata alle indagini di Norberto Melis, e ancora una volta la trama gialla sembra il pretesto per un esagerato sfoggio di cultura in vari ambiti, oltre che per rappresentare l’Italia di quegli anni, la sua corruzione, la sua subcultura, i pregiudizi, la povertà, il mondo degli “invisibili” e del degrado, gli strascichi nazifascisti e il peso dell’appartenenza politica ancora così radicato nei giovani e nel loro modo di rapportarsi coi coetanei. Le numerose disquisizioni sociologiche, storiche, religiose appesantiscono la narrazione e la rallentano, relegando ai margini il percorso investigativo, tanto che la risoluzione del caso arriva sbrigativa. I dialoghi sono improbabili, costruiti, utilizzati anch’essi per inserire citazioni colte e riferimenti culturali che spesso nulla hanno a che vedere con la storia, ma solo raramente aggiungono dettagli alla trama: i dialoghi sono inoltre complicati dal discorso diretto che si mescola all’indiretto, continuando l’uno nell’altro senza soluzione di continuità, e richiedendo estrema attenzione. Inoltre, spesso viene trascritto il discorso di uno solo degli interlocutori, come se venisse riportata una conversazione telefonica ascoltata da un lato solo. L’uso smodato dei dialetti senza traduzione contribuisce a rendere difficoltosa la lettura. Interessante lo spunto dei Tarocchi, ma poco approfondito, forse meritava un po’ di peso in più all’interno della storia. Insomma, occorre superare la metà con grande concentrazione e forza di volontà, poi non si può dire che scorra liscio verso il finale, ma almeno la trama si rende più interessante e anche il finale inaspettato lo risolleva un po’.