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La bestia nella giungla e altri racconti

La bestia nella giungla e altri racconti

Metà Ottocento. Un uomo, appresa la triste notizia della morte della signora Caroline Spencer, se ne addolora molto e torna con la memoria alle occasioni – gli pare siano state quattro – in cui l’ha incontrata. La prima volta è stato circa diciassette anni prima, in una notte nevosa. Il suo fraterno amico Latouche lo aveva invitato nel New England, nella sua casa di famiglia nella cittadina di North Verona, per passare il periodo di Natale. Al tè di benvenuto organizzato dalla madre di Latouche, i due gentiluomini di New York rappresentavano ovviamente una forte attrattiva per le ragazze nubili di provincia, anche perché avevano con loro due grosse cartelle di fotografie scattate durante un recente viaggio in Europa. Ma una di loro però se ne stava da sola davanti al camino, e “(…) girava lo sguardo nella stanza con un sorriso appena accennato, una smania discreta, composta, che mi parve in contrasto con il suo ostentato isolamento”. Quella donna di circa trent’anni, non bella ma acconciata in modo delizioso (“(…) con i capelli accomodati secondo la foggia delle statue greche, benché tutto lasciasse dubitare che avesse mai visto una statua greca”) era Caroline Spencer, e il protagonista ne era molto attratto, forse per capriccio. Approfittando della sua posizione di forza, l’aveva letteralmente ammaliata con i suoi racconti di viaggio. Caroline infatti era già da prima ossessionata dal sogno di andare in Europa, via da quella sonnacchiosa e rozza provincia, figuriamoci adesso che all’immagine astratta di quelle romantiche terre lontane era associata quella di un affascinante giovane scapolo benestante che questi viaggi li faceva di sovente… Il giovane, timido Pemberton viene assunto come istitutore dalla bizzarra famiglia Moreen: marito, moglie, due figlie e due figli. Si tratta di Americani che vivono a Nizza con una certa grandeur (cantano continuamente, sembrano vivere di maccheroni e caffè, non mancano mai a un ricevimento) ma che quando si parla di soldi, soprattutto da investire nello stipendio di Pemberton, sono evasivi in modo sospetto. Il ragazzino del quale deve occuparsi – il più piccolo dei quattro figli dei Moreen – ha poco più di dieci anni, si chiama Morgan ed è un tipo affascinante. Fa continuamente battute argute, ha uno spiccato senso d’osservazione e un’ironia insolita per la sua età: in famiglia lo trattano tutti come fosse chissà che genio. Il lavoro però si rivela non semplice come il giovane istitutore aveva pensato in un primo momento: Morgan è “non meno indecifrabile di una pagina di un idioma sconosciuto, decisamente diverso da tanti banali piccoli anglosassoni che dovevano aver fornito a Pemberton un’idea sbagliata dell’infanzia” ma tra i due comincia a svilupparsi un sincero affetto… Un giornalista riceve un telegramma che lo informa che la signora Stormer è in fin di vita e che servirà un suo articolo appena la donna morirà. La signora Stormer è stata – con lo pseudonimo di Greville Fane – una scrittrice dall’enorme successo commerciale, ma sempre guardata con malcelato disprezzo dall’intellighenzia letteraria e dai critici. Anche il giornalista – sebbene conosca personalmente la donna e la sua famiglia da molti anni – non ha mai avuto una grande opinione dei suoi romanzi e mentre si dirige verso Primrose Hill, il quartiere di Londra dove abita la scrittrice, fantastica sull’articolo che scriverà, commosso sì ma piuttosto severo nei giudizi sulla carriera letteraria di Greville Fane. Non sarà facile, però. Appena giunto, viene accolto infatti dalla figlia e dal figlio della signora Stormer, che sembrano soprattutto ansiosi di verificare che i tre romanzi lasciati “nel cassetto” dalla madre siano pubblicabili, visto che presumibilmente venderebbero bene, e che il giornalista scriva un articolo che finalmente “renda giustizia alla memoria” di Greville Fane, troppo spesso maltrattata dalla critica letteraria… Tra John Marcher e May Bartram scatta da subito qualcosa quando si conoscono, a Napoli: ma poi passano quasi dieci anni prima che abbiano l’occasione di rincontrarsi. Sono entrambi ospiti di una elegante dimora nei dintorni di Weatherend ma volutamente si isolano dal gruppo di villeggianti, hanno voglia di rimanere soli (“(…) l’incanto di tale incontro era dovuto alla circostanza che, ancor prima di dirsi qualcosa, si fossero tacitamente accordati per rimanere indietro e attaccare discorso”). Ricordano il loro primo incontro, bisticciano simpaticamente sui particolari, sorridono e scherzano ma ognuno di loro avverte il morso amaro del rimpianto, di un’occasione mancata. Avevano rispettivamente venticinque e vent’anni allora, “il presente avrebbe potuto essere tanto migliore se il passato – così lontano e in terra straniera – non fosse stato tanto stupidamente avaro”. May ricorda ancora una cosa molto strana che John le aveva detto a Napoli: Marcher sosteneva che sin dalla primissima infanzia aveva la certezza granitica di “essere destinato a qualcosa di raro e di strano, prodigioso forse e terribile”; qualcosa che è in agguato come una bestia feroce nella giungla…

Quattro racconti distanti tra loro nel tempo (Quattro incontri è del 1877, L’allievo è del 1891, Greville Fane è del 1892 e La bestia nella giungla del 1903) ma accomunati dalla scintillante bellezza della scrittura, dalla profondità dell’idea, dalla potenza delle emozioni. In essi Franco Cordelli, autore dell’Introduzione, rintraccia anche un’insufficienza etica, un’ambiguità (“(…) peraltro leggendaria in James”) nello sguardo e nella condotta dei protagonisti: il protagonista del primo racconto gioca con l’ingenuità da provinciale di una “insignificante maestra americana, (…) irrimediabilmente piccolo-borghese” per vanità personale, la famiglia Morren approfitta con furba nonchalance della timidezza del giovane istitutore Pemberton, il giornalista del terzo racconto oscilla tra ipocrisia e vendetta e quanto all’ultimo racconto dell’antologia – probabilmente il più famoso di Henry James – secondo Cordelli “l’ambiguità è addirittura il tema, il tema metafisico della vicenda, se di vicenda si può parlare a proposito della descrizione di un’esistenza assunta nel suo valore parabolico, emblematico”. Marcher può apparire al lettore irrealistico nella sua ossessione. Anzi, è pressoché matematico che accada di domandarsi: “Ma di cosa blatera questo tipo? Possibile che si tratti solo di questo? Perché diavolo la fa così lunga?”. Tuttavia, a una rilettura più attenta, appare chiaro che si tratta di una esagerazione voluta dall’autore, della drammatizzazione del comunissimo desiderio – che sconfina nel sogno e può diventare una frustrante fissazione – degli esseri umani di vivere una esperienza esaltante che “redima” una esistenza altrimenti monotona, grigia. Il racconto è stato letto dai critici come una confessione più o meno consapevole da parte di James sulla sua vita privata. Non si è mai sposato e forse non ebbe mai una relazione sessuale vera e propria. È possibile che rimpiangesse quella che era solito definire la “solitudine essenziale” della sua vita e che questo racconto, scritto a sessant’anni (un’età a quei tempi molto più avanzata di quanto non la percepiamo oggi), fosse una sorta di malinconico sfogo dai risvolti psicanalitici. A più di un secolo di distanza, questi racconti sono modernissimi nel ritmo e nel gusto, oggetti letterari di fattura finissima, porcellane dipinte a mano in una vetrina d’antiquario.