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La bibliotecaria di Auschwitz

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“A quei tempi era solo una bambina ma per lei i libri erano già una finestra, una finestra aperta sul mondo e su se stessa. La sua unica paura, nella Praga degli anni Trenta era quella di non avere il tempo di leggere tutto ciò che voleva. Si chiamava Edita Adlerova ma tutti la chiamavano Dita. E i libri erano la sua vita”. Ben presto però le preoccupazioni di Dita, della sua famiglia e degli altri ebrei di Praga diventano altre. Quando i nazisti occupano la Cecoslovacchia nel 1939, iniziano le persecuzioni e la vita di molte persone piano piano si sgretola, si riduce a nulla. All’età di tredici anni Dita viene deportata, insieme ai genitori, prima nel ghetto di Terezin poi ad Auschwitz, dove vengono relegati nel settore denominato BIIb, diverso da quelli riservati abitualmente agli altri prigionieri. Qui, Dita e gli altri possono godere di minuscole libertà agli altri negate: indossare i propri abiti, tenere i capelli lunghi; vengono però marchiati con uno strano tatuaggio che indica, a loro insaputa, la data in cui sarebbero dovuti morire. Il settore BIIb, infatti, rappresenta una messa in scena, una farsa ideata dai nazisti in caso di controlli da parte della Croce Rossa o di altri organismi internazionali, in modo da far sembrare che i prigionieri vivessero in condizioni di vita accettabili. Ma la brutalità, il dolore, le malattie e la fame sono all’ordine del giorno anche nel settore della menzogna e il tasso di mortalità non è molto inferiore al resto del campo. L’amore e la passione per i libri non abbandonano Dita neanche all’interno di Auschwitz, e ben presto diventa una bibliotecaria speciale anche se questo è un ruolo pericoloso, visto che i libri e la lettura sono banditi e il loro possesso ne determina la morte immediata. Ma la ragazza li custodisce con cura, li ripara, li protegge, li presta e li legge…

L’amore per i libri aiuta molte persone e bambini ad affrontare l’orrore che stanno vivendo, a fingere di essere altrove anche solo per pochi istanti. La vita di Dita si incrocia con altre persone che hanno dimostrato coraggio e una grande umanità, come Fred Hirsch, supervisore del settore BIIb, un leader carismatico e gentile che è riuscito addirittura a creare una piccola scuola per i bambini. Sono tante le storie delle vite che raccontano l’orrore dei campi di concentramento, ma ancora troppo poche per riuscire a convincere il mondo di oggi che alcune scelte e strade sono pericolose da intraprendere, sempre. Salva Rubio e Loreto Aroca propongono una nuova chiave di lettura del romanzo di Antonio Irube: raccontano la storia di Dita attraverso il graphic novel, un linguaggio vicino ai giovani e immediato che in questo caso diventa anche prezioso perché si tratta una storia di speranza e di coraggio.