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La brigante

La brigante

Damietta, Egitto, autunno 1249. Una violenta rissa scoppia tra gli avventori di una sordida bettola nel cuore della città; insulti volgari, manrovesci, umilianti colpi bassi e minacce vendicative. Una rissa della peggior specie tra crociati, i vittoriosi invasori della città di Damietta, ridotti dal tedio dell’interruzione delle attività belliche a frequentare assiduamente bordelli e taverne, giocandosi la sorte e le loro sostanze ai dadi. Nobiluomini provenienti da ogni landa cristiana, aristocratici di sangue e di diritto che si comportano come la peggior canaglia, violenti di mestiere e piagati da insanabili quanto letali rivalità e dissapori nonostante la missione comune. Ha un bel da fare Luigi IX a mantenere i rapporti civili tra le truppe, quando il malcontento è fomentato in primis dall’augusto fratello Roberto di Valois, la cui principale aspirazione non sembra il farsi benvolere dai compagni d’arme, pestando i piedi, tra gli altri, al rappresentante della casata genovese dei Fieschi, Francesco, non meno arrogante e brutale dei suoi colleghi ma non immune alle sorprese che può riservare trovarsi in una lurida taverna in territorio straniero, come sentirsi apostrofare in genovese da uno sconosciuto che ti chiama con un nome non tuo...

Lettura intensa, il sequel de Il bastardo di Daniela Piazza, coerentemente con il contesto storico entro cui avvengono i fatti. Il ritorno dei personaggi di Francesco, Matelda e Filippo è costellato da eventi cupi e sanguinosi, siano essi battaglie graficamente descritte al punto da dare al lettore l’impressione di trovarvisi nel mezzo, strazianti perdite famigliari o scene di violenza carnale rappresentate in tutta la loro agghiacciante realtà. Un’esistenza crudele, che non risparmia nessuno, contro cui Matelda lotta con tutto il suo essere, laddove Francesco vi si immerge, seppur non soddisfatto, ma cinicamente adeguato – apprezzabile e coraggiosa la scelta dell’autrice di creare un protagonista tanto spiacevole, uomo del suo tempo le cui azioni non vengono mai giustificate pietisticamente o condannate in modo decontestualizzato. Si aprono, pagina dopo pagina, numerose sottotrame che lasciano presagire una prossima pubblicazione, peraltro già prevista dall’autrice. Pur con queste premesse e la dovuta consapevolezza, permane tuttavia un certo senso di aspettativa frustata davanti a tanta “carne al fuoco”, che rende difficile godere appieno del romanzo in quanto opera a sé, soprattutto nel corso degli ultimi capitoli che restituiscono una sensazione di fretta. L’introduzione di personaggi presentati come cardinali per la trama – prima tra tutti la povera Alina – viene offuscata da una fin troppo rapida scomparsa che mal combacia con il senso di aspettativa e la lentezza delle pagine iniziali del romanzo. Rimaniamo dunque in attesa del prossimo capitolo della trilogia, chiedendoci cosa sarà di Matelda, Francesco e Filippo.