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La bugiarda

La bugiarda

L’hanno chiamata Patience perché si è voluta prendere il suo tempo per nascere. Dieci mesi. E si può immaginare la delusione di avere una femmina dopo tutto quel tempo. Il cognome invece è del marito. Portefeux. Ed è il cognome che ha deciso di tenere dopo essere rimasta vedova a ventisette anni. Dalla sua morte ha contato i giorni, poi i mesi. Poi, senza accorgersene, ha smesso di contare. È diventata la vedova Portefeux, il calzino spaiato, la donna che si è vista portare via tutto. La stessa donna che adesso, a cinquantatré anni, non ha che un lavoro in nero come traduttrice per il Ministero della giustizia. Passa il tempo ad ascoltare le conversazioni dei trafficanti di stupefacenti e tra i dossier ce n’è uno in particolare che l’ha colpita. Una famiglia di origine marocchina che gestisce un traffico di hashish. Li ha persino presi in simpatia quei giovani, al punto di falsificare, di tanto in tanto, le intercettazioni telefoniche, soprattutto per quanto riguarda la quantità di stupefacenti in questione. Quello che è nato come un traffico dal piccolo produttore al consumatore è diventato infatti un giro ben più grosso. La chiave del traffico di stupefacenti è la regolarità, l’approvvigionamento del prodotto senza interruzioni. Ma questo non può accadere con la famiglia Benabdelaziz agli arresti. Per Patience allora si presenta un’opportunità di riscatto...

La bugiarda, dell’autrice francese Hannelore Cayre, aderisce perfettamente ai criteri che guidano la collana Oltreconfine delle Edizioni le Assassine, ossia offrire ai lettori romanzi gialli che siano in grado di analizzare attraverso i paradigmi del genere lo sfondo sociale e culturale dei personaggi. In questo La bugiarda dimostra di sapersi distinguere. Il romanzo infatti presenta molteplici punti di forza, a partire dalla cura formale fino ad arrivare all’originalità della trama. Numerosi infatti gli aspetti interessanti, temi che vanno a porre le basi di un intreccio acuto e ben riuscito, in grado di costituire anche quel sottotesto di grande delicatezza a cui il romanzo deve gran parte del suo risultato. Traumi infantili, lutti, difficoltà economiche ma non solo compongono la base di una narrazione che procede secondo uno stile personalissimo e toccante. L’autrice delinea inoltre una protagonista con cui è facile empatizzare e verso cui si può provare una certa curiosità. Curiosità però che non viene del tutto soddisfatta. A fronte di un finale tutto sommato ben costruito, ricco di quella nostalgia tipica di una chiusura senza mezzi termini, il romanzo lascia strada facendo una pletora di opportunità mancate. Vedere una trama così interessante e del potenziale tanto evidente esaurirsi fin troppo presto è sicuramente un peccato. Molto poteva ancora essere ancora raccontato e più punti sono stati toccati senza essere approfonditi.