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La bulimia dei media

La bulimia dei media

Un sociologo di fama internazionale compie con questo saggio una riflessione, panoramica ed approfondita, sul fenomeno della televisione. Esso consta di sei parti e di tre appendici. In sintesi si va da una prima parte in cui si analizza come è sorta l’invenzione tecnologica della tv via cavo, in quali regioni d’Italia e sulla base di quali esigenze o di quali problematiche si è diffusa in misura maggiore o minore, ben descrivendo quanto essa abbia rappresentato un imprescindibile desiderio di “status/symbol” anche in fasce della popolazione per cui l’acquisto del mezzo tecnologico, quando si affacciò sul mercato, rappresentava una spesa davvero troppo ingente rispetto al proprio reddito; successivamente si passa ad esaminare, storicamente, per approssimazioni, il grado di apprezzamento per il mezzo da parte delle varie classi sociali italiane e, a seguire, la sua probabile incidenza dal punto di vista delle relazioni sociali e dell’influenza sul livello culturale. Viene svolto, collegandosi a quest’ultima tematica, un parallelo con il mezzo/libro, del quale viene notato quanto sia andato progressivamente sempre più in disuso, secondo una relazione crescente in via diretta rispetto all’aumentare per quantità, e nei primi due decenni anche per qualità, dei programmi televisivi in Italia. Finché si è giunti alla fase attuale in cui vi è una preponderante quantità di pubblicazioni editoriali rispetto all’eventuale desiderio e frequenza nel leggere dimostrato dai cittadini, e soprattutto vi è un’evidente scomparsa, oltre che – e molto – di contenuti, anche della struttura/libro, giacché i libri, scritti come sono per un pubblico che prevalentemente segue le fiction, hanno finito per mutuare da esse la struttura, tanto da assomigliare molto più a sceneggiature per fotoromanzi che a romanzi. Infine si passa più direttamente a esaminare i principali effetti, positivi o nocivi, che negli ultimi decenni si sono potuti osservare in relazione 2 all’uso e abuso del messaggio televisivo ; per poi svolgere più di un accenno ai modi in cui tali effetti sono a volte effetti premeditati e preorganizzati a livello di veicolo propagandistico nelle sedi del potere…

L’opera è ben scritta e ha indubbia complessità di analisi, tanto da non poter essere considerata un lavoro “per tutti”: la prima parte, in particolare, ben avrebbe potuto essere sintetizzata, vista la grande distanza di tempo rispetto ad oggi dei fenomeni sociali descritti. Le statistiche e le analisi sul passato sono sempre rilevanti, ma in questo caso non vi è davvero altra utilità se non quella di far luce sul presente, e potenzialmente sul futuro, del mezzo televisivo, per cui sarebbero bastati molti meno cenni sugli anni ‘50/’70 rispetto a quelli presenti nelle prime due parti del libro. È una trattazione in cui si troveranno a proprio agio sociologi e filosofi: tra gli altri, soltanto chi ha fine curiosità per l’argomento e pazienza nella lettura. Vi è però una parte del libro, l’ultima, che può essere ritenuta universale. Essa implica una seria riflessione su quanto, in particolare, sta avvenendo in questo periodo di pandemia (anche se la pandemia non è mai citata direttamente nel testo): filosofi e sociologi soprattutto statunitensi, infatti, hanno negli ultimi decenni osservato una pericolosa attitudine da parte di esponenti di spicco della medicina, della biologia e delle scienze in genere, consistente nell’imporre le proprie tesi pressoché universalmente nelle masse per tramite della diffusività del mezzo televisivo, il più delle volt - e questo è ciò che più conta - secondo un format che renda impossibile un dibattito. Così, senza la possibilità di un contraddittorio che consenta al pubblico di conoscere non solo le argomentazioni contrarie, ma la stessa esistenza di argomentazioni contrarie, si finisce col confondere le opinioni dei più con l’assoluta e incontrovertibile verità scientifica, anche quando si tratta di questioni fondamentali e molto delicate per la stessa salute collettiva o individuale. Quanto appena rilevato, peraltro, rappresenta solo la faccia più grave ed “epistemologica” di un problema che, a livelli di cultura ben inferiori, affligge da tempo tutta la nostra televisione: i nuovi depositari della saggezza sono da almeno tre decenni divenuti gli opinionisti tv, qualifica che, una volta acquisita con un sufficiente numero di passaggi televisivi, da’ in automatico a chi ne è assegnatario un valore aggiunto ben netto rispetto a qualsivoglia scrittore o filosofo che non viene degnato di passaggi televisivi; basta che un personaggio sia una faccia nota e non importa nemmeno che sia davvero un esperto nella sua materia, un reale scienziato o studioso: sarà molto più seguito e venderà libri a palate rispetto a un ben più preparato e competente “quisque de populo”.