Salta al contenuto principale

La buona condotta

labuonacondotta

Due bambine stanno litigando furiosamente nel cortile di una casa senza intonaco. Si tirano forte i capelli e le loro teste si piegano all’indietro. Urlano tanto da far uscire dalla casa Nada, la mamma di una delle due che, rifilata una sonora sberla ciascuno, le separa, mandandole agli angoli opposti del cortile. Traccia con un piede una linea per terra, un confine leggero e ad alta voce intima: “Adesso giocate da sole”. Poi, presa una seggiola, si siede, proprio sulla linea e continua a pelare la verdura in silenzio. Le bambine, dopo qualche borbottio, si mettono a fare torte di fango, ma la loro rabbia dura poco e iniziano a parlare nuovamente. Si danno ancora le spalle, ma le parole fluiscono: “Com’è la tua torta? La mia è più bella”. “La mia è a forma di fiore, te la faccio vedere se mi fai vedere la tua”. La mamma si alza, lasciando la sedia a fare la guardia, ben sapendo che quelle due torneranno a giocare e a litigare come sempre. È così che funziona nel Kosovo indipendente. I bambini sono lo specchio degli adulti pensa Miroslav mentre osserva sua figlia nel cortile dalla finestra del suo studio. Lui è un uomo tranquillo, non alza mai la voce, ha timore dei rumori forti e quando sente sua moglie e sua figlia litigare e urlare, cerca i tappi per le orecchie nel cassetto della scrivania. Sa che i figli non vedono l’ora di darti la colpa dei loro fallimenti, anche lui è stato figlio e adesso che è sindaco di Šumor questi pensieri si moltiplicano nella sua testa, angosciandolo…

La buona condotta di Elvira Mujčić è un romanzo sulle difficoltà del vivere insieme tra etnie diverse e non solo. La genesi di questo romanzo scaturisce dalla visione, da parte dell’autrice, del documentario Kosovo versus Kosovo di Andrea Legni. Le zone abitate dai serbi all’interno del Kosovo, indipendente dal 2008, formano un vero e proprio Stato dentro lo Stato. Piccole enclave monoetniche sulle quali il governo del Kosovo non ha alcuna autorità. Gli abitanti di queste aree votano sindaci riconosciuti solo da loro stessi, utilizzano una propria moneta, hanno infrastrutture, scuole e ospedali gestiti direttamente da Belgrado. Dal documentario al romanzo passano dieci anni. La lotta tra i due sindaci Miroslav e Nebojša, l’identità nazionale, essere abbastanza fedeli alle appartenenze oppure rinunciarci, sono questi i temi toccati nel romanzo. L’autrice si è chiesta se per caso esistesse un luogo dove uomini e donne potessero andare al di là della narrativa retorica e imperante, cioè, quella del nazionalismo. La Mujčić si è ispirata a dei personaggi esistenti e a politici di cui ha seguito la carriera. La storia ha del grottesco, è ambientata in un luogo surreale e reale allo stesso tempo. La buona condotta si apre con l’elenco dei personaggi principali, sono tutti serbi: Miroslav, Nebojša, Nada, Zdravko, Ludmila, Vlado. La loro tradizione vuole che si diano nomi beneauguranti ai bambini, che si spera definiscano il loro carattere. Nel corso del romanzo le caratteristiche dei protagonisti mostrano anche il loro lato negativo, per esempio nel caso dei due sindaci. Da una parte Miroslav il medico, mite e tranquillo, che cura tutti i paesani, entra nelle loro case e che vuole curare anche la comunità onorando la pace. Dall’altra Nebojša, che ha combattuto con i nazionalisti serbi, è finito in prigione per truffa ed è stato fatto uscire per affossare il progetto di pacificazione a Šumor. Non ci sarà un buono ed un cattivo in senso assoluto. Nel romanzo il conflitto non è solo tra parti contrapposte, ma anche dentro i rapporti familiari, al bar, tra le menzogne messe in giro ad arte dalle due fazioni, tutti pronti a cambiare a seconda delle convenienze. La rassegnazione cristallizza tutto, dando l’idea che niente possa evolvere. Fortunatamente l’istinto di ricercare una via d’uscita rende dinamici i rapporti tra gli abitanti del paese. Spicca fra tutti Ludmilla: sarà lei a mettere in moto il cambiamento. È un personaggio poetico e folle, è una donna ai margini, segnata da crisi psicotiche, che l’hanno attraversata fin dall’adolescenza. Parla da sola, recita poesie, nasconde i farmaci invece di prenderli. È bollata come quella strana, che ricorda tutta la vita dei cittadini, ma, invece di soccombere sotto questa etichetta trova una via di fuga inaspettata, sorprendendo tutti.