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La camicia di Hanta

La camicia di Hanta

Dopo un volo turbolento, Aldo Busi arriva a Tana, nome abbreviato della capitale malgascia Antananarivo. L’impatto è forte: a dare il benvenuto sono ragazzini in cerca di penne biro da usare a scuola o persone incuriosite dai “vasaha”, gli stranieri bianchi carichi “fisiologicamente” di soldi. Raggiunto subito da Angelo, guida che parla un bel italiano e assomiglia a Sidney Poitier, e da Sofolo, l’autista, si imbarca per un viaggio verso il primo albergo in cui dormirà. L’automobile gli permette di osservare il mondo che lo circonda, fatto di donne anziane scalze con il bucato da stendere, sorrisi gentili ma sdentati, conigli e galline offerti al turista all’angolo delle strade. Il panorama è spesso attraversato da giovani ragazzine incinte con i seni gonfi pronti ad allattare, perché lì “mica gli danno il tempo di imparare che forse, con i capezzoli, ci si può fare qualcosa d’altro, godersela improduttivamente”. Un Paese, quindi, in cui si diventa adulti già in tenera età. Un luogo magico fatto di panorami mozzafiato, in cui gli occidentali di turno si recano per riempire i loro diari di viaggio di appunti o le macchine fotografiche di monumenti alla memoria che passa inesorabile. Aldo Busi non le fa le foto, non li vuole quei ricordi artefatti che non servono altro che ad illuderci di ricordare, rassegnandosi al destino di ognuno di no, “teche dell’oblio”. Quanti romanzi potrebbero scrivere in Madagascar, magari intitolandoli, perché no? “Uteri e lemuri” o “Babbi e baobab”, mettendo come sottotitolo un semplice punto di domanda…

Non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio resoconto di viaggio, bensì il resoconto di viaggio di Aldo Busi, ovvero consigliabile non a chi voglia scoprire tesori nascosti del lontano Madagascar, ma a chi ama e apprezza, meglio se in maniera acritica, la scrittura dello scrittore bresciano. Una Lonely Planet decisamente autoreferenziale in cui non mancano certo il tono caustico, a tratti un po’ fané, i rimandi al sesso e i guizzi linguistici a cui l’autore ci ha abituato, ma in cui è evidente come l’altro sia spesso una scusa per parlare di sé e di come si vede il mondo. Come sa raccontare la miseria che vede, riesce anche a cogliere quei dettagli minuscoli che spesso passano inosservati agli occhi di un distratto turista. Da quei dettagli nascono a volte storie parallele, situazioni irreali, bizzarri sogni ad occhi aperti in cui Busi ama sprofondare. Come sempre, si diverte a disorientare, ma a risultare spiazzante non è tanto quello che dice bensì come decide di farlo. Ad esempio, nel delirante passaggio in cui si complimenta per la bellezza travolgente di una cameriera malgascia, e soprattutto dei suoi divini capelli, dà vita ad un lungo periodo che intreccia nella sua matassa lo sguardo attonito del lettore: “Mi sembra che una giovinetta dalla carnagione d’avorio su una coltre amaranto che disannodi tale nera chioma e presenti all’imminente amante in piedi accanto a lei gli altri tre cespugli che iscrivono fra ascelle e pube il triangolo più divino della mortalità sia la sola alternativa a fare un fist-fucking contemporaneamente a un pacioso salumiere svizzero […] in una dark-room leghista di Sesto San Giovanni”.