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La casa

La casa
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Interno giorno. Una porta aperta sull’esterno in una stanza vuota. Un anziano signore appare sulla scena. Si sta preparando a uscire. Non sembra sentirsi troppo bene. Ma esce, chiudendosi la porta d’ingresso alle spalle. E lasciandoci una piccola incomprensibile sensazione di vuoto. Che trova una spiegazione quando facciamo la conoscenza dei tre figli di quell’uomo, arrivati nella familiare casa di campagna a distanza di un anno dalla morte del genitore per predisporla alla vendita. Ma quella casa conserva molto più che le cianfrusaglie lasciate dal padre dei tre fratelli; lì ci sono i loro ricordi, momenti, esperienza. La loro vita. Emozioni che stentano a confessare, anche a loro stessi, ma che potrebbero far loro cambiare i piani…

Chissà se è stato il Paco Roca del futuro – del quale avevamo fatto la conoscenza in una delle strisce de Le avventure di un uomo in pigiama – a consigliare il suo più giovane “sé” di raccontarsi tanto. Di certo nel suo ultimo La casa il disegnatore valenziano spinge ancora più avanti il proprio autobiografismo e condivide con il suo pubblico una particolarissima e catartica elaborazione del lutto per la morte del padre. La distanza interposta tra creazione e vissuto c’è, sia chiaro, ma ancora una volta è minima. E dall’atmosfera rarefatta e assolata dei disegni emergono un ritmo diverso e una attesa che sembra oltrepassare il normale interesse professionale del creatore per la sua creatura. Roca aspetta di vedere che effetto ci faccia ‒ ma soprattutto gli faccia ‒ il “mettere in piazza” la vita sua e dei suoi fratelli (due anche nella realtà), i dubbi e le paure inconfessate, le speranze e i desideri inopportuni, principalmente le memorie. Nel tentativo di riviverle e di riportarle alla vita. Almeno loro. Come estremo omaggio per il genitore scomparso, che finiamo per sentire anche noi tanto presente sulla pagina quanto nella casa di campagna che sembra conservarne l’anima. In quel luogo Josè, Vicente e Carla sono cresciuti e lì oggi riscoprono il padre che avevano avuto sempre davanti agli occhi e che avevano sepolto prima di tutto nell’abitudine. Dinamiche normali, che tutti conosciamo, e che per questo finiscono per toccare e coinvolgere in un prevedibile crescendo empatico. Al quale ci sentiamo di aggiungere un personalissimo abbraccio all’uomo riconciliato con il proprio passato.