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La casa degli uccelli

La casa degli uccelli

Un pomeriggio di febbraio più mite degli altri a Parigi, nell’anno 1794, poco dopo la Rivoluzione. Un gruppo di cittadini va alla conquista del giardino del grande palazzo conosciuto da tutti come la Casa degli uccelli. Gli scalmanati scavalcano i cancelli e si fiondano su una delle voliere nel dichiarato tentativo di restituire la libertà agli uccelli prigionieri. Uno slancio di solidarietà “rivoluzionaria”. Dei passeri azzurri mostrano di apprezzare, subito si lanciano in volo e partono a ventaglio per poi fermarsi, dopo un brevissimo volteggiare, sui rami bassi di alcuni alberi dai quali si leva uno schiamazzo assordante. Una coppia di widobird dalle lunghe code piumate stenta a sollevarsi, si alzano e ricadono più volte nella erba lasciata incolta da quando Fleuris Pawlet, l’ufficiale che aveva acquistato la bella dimora con gli uccelli esotici del primo proprietario, era partito per fare ritorno non si sa bene se in Inghilterra o in Irlanda. Un garzone di fornaio prova ad aiutare la coppia di uccelli, ma dopo molti tentativi, stufo, li abbandona deluso e arrabbiato. Nel frastuono e nella confusione generale solo un tucano rosso e giallo prende il volo deciso e per tutti diventa il Pellicano della libertà. Intanto un fabbro, con gli attrezzi del mestiere, sfonda un’altra voliera e insieme a una fioraia cerca di liberare altri volatili ma quelli, di tutta risposta, prendono a scaricare loro addosso del muco verdastro. “Ecco il bel risultato. Allora lasciamoli morire in galera se gli piace tanto restarci” dice il fabbro. Un gobbo incalza: “sterminiamoli!”. Una donna lo contraddice: “Siamo venuti per liberarli”. Alcuni esemplari di quaglia pettoblu hanno i colori dei Capetingi, rileva il gobbo. Un soldato della Guardia nazionale pone fine alla controversia e colpisce a morte le quaglie. Un altro osserva che quelli sono i colori dei Borbone. Un altro conclude: “Sempre bestie feroci sono”. E tutti cominciano a urlare: “Vive la Repubblique!”...

C’è un brano che colpisce, tra i tanti meritevoli di essere custoditi da questa bella e avvolgente lettura. Eccolo: “Gli uccelli in parte erano volati via, in parte erano caduti a terra, forse perché non sapevano più volare”. Poche righe che aiutano a far capire subito al lettore che l’irruzione dei parigini nella Casa degli uccelli altro non è che l’iconica rappresentazione della vicenda narrata nel romanzo. Al centro quello che accade in un palazzo monumentale della capitale francese sede di un collegio militare. Le ricche sale affrescate da Pigalle e il parco con delle voliere in un breve volgere di tempo si sono trasformate in carcere per un gruppo di una trentina tra aristocratici e facoltosi borghesi. Lì, in cambio di denaro versato alla Sezione Rivoluzionaria, si nascondono per sfuggire alle violenze e alle rappresaglie dei feroci rivoluzionari. A fare da tramite col mondo esterno solo un parrucchiere, tale Bertier, che tra l’altro si prende cura della testa di Fouquier-Tinville l’implacabile accusatore del Tribunale Rivoluzionario, acerrimo rivale di Robespierre. Il romanzo scorre piacevole e i frequenti richiami all'ambientazione storica sollevano un velo nel tempo pieno di ideali, ma anche di contraddizioni e di violenze, che caratterizzò la Rivoluzione, senza pesanti digressioni nelle quali a volte accade di incorrere quando si affrontano letture del genere. Tutto questo è merito del felice connubio tra la grande capacità narrativa di Laura Bosio (già nota per tante prove, non ultima quel Le stagioni dell’acqua che le valse il riconoscimento di finalista allo Strega nel 2007) e della specifica competenza dei contesti storici e filosofici di Bruno Nacci (assiduo traduttore e divulgatore del pensiero di Blaise Pascal). Una lettura profonda che apre uno squarcio non solo su quel tempo andato, ma che si rivela di straordinaria attualità nel tempo presente, segnato da un difficile risveglio dalla pandemia. Non sembri una forzatura l'accostamento tra la cattività degli uccelli, quella dei facoltosi ospiti della Casa e quella di noi contemporanei, impauriti eroi ai quali tocca il destino di sopravvivere alla stagione del COVID-19.